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Un nido in testa

Martino Sclavi
Laurana Editore 2020

Recensione di Silvana Quadrino

Una cosa è certa: questo non è un racconto di malattia. Non è neanche un nobile esempio di serenità e di filosofica accettazione di quel percorso maledetto che porta un giovane uomo immerso nella vita, intento a saziarsi di esperienze, a nutrire il suo futuro, a riempirlo di progetti e di sensazioni e di emozioni, di incontri, di amicizia e di amore, in uno che sta per morire. Quando non si sa. Come non si sa. Cosa diventerà in quel percorso non lo sa nessuno.
Ma lui può raccontarlo.

Quello che racconta Martino Sclavi in questo libro non è la malattia. E’ la vita. Questo è un racconto di vita.
Scritto con una struttura assai simile a una sceneggiatura di film, e del resto quello era il mestiere di Martino, e nessun tagliuzzamento del suo cervello è riuscito a togliergli quella capacità di raccontare facendo “vedere” ciò che sta raccontando.
Nessun tagliuzzamento è riuscito a togliergli lo sguardo curioso e ironico, più forte della disperazione e della paura, con cui guarda e racconta come si può “sopravvivere a eventi impossibili”. Compresa una operazione al cervello da sveglio…

Tutto comincia con un mal di testa. In uno dei momenti di vita più pieni e promettenti per Martino: la collaborazione con l’amico di sempre, l’attore Russel Brand, una sceneggiatura da preparare insieme, le trattative strategiche con il produttore per convincerlo che il copione che sta nascendo è quello giusto, e funzionerà. Hollywood, le giornate caotiche e creative per portare a termine il lavoro. Un mal di testa ci sta, in un momento come quello. 
E finalmente il copione è pronto per il momento magico: la lettura preliminare. Mancano solo le fotocopie del copione da distribuire agli attori. Martino le sta aspettando, seduto nel giardino di uno Starbucks, davanti alla copisteria, e il mal di testa è una compagnia fastidiosa ma non ancora minacciosa:
“Le mie speranze, la mia vanità, il mio desiderio di autoaffermazione erano tutte lì, come una squadra di neri geroglifici in un viaggio di centodieci pagine verso il mio futuro”
Mentre aspetta il mal di testa svanisce; ma anche parole e cose svaniscono, in un vuoto di coscienza e di pensieri incontrollati:  “Il mio cervello faceva scivolare pensieri in direzioni al di là del mio controllo.”
Non c’è da preoccuparsi: la stanchezza, la tensione. Niente che non si possa superare con un po’ di riposo, cibo sano e movimento all’aria aperta.
Poi, la sera, tutto precipita:  il mal di testa che ricompare, o forse scompare perché “aveva raggiunto una tale intensità da non poter più essere classificato come dolore”. Il peregrinare notturno con l’amico che lo accompagna di pronto soccorso in pronto soccorso in cerca di aiuto. La prima operazione, d’urgenza. Il risveglio, in un vuoto inquietante di ricordi, i volti tesi della mamma, della sorella, degli amici, domande, voci… “Sono in un film? Mi sembra di avere perso l’audio a un certo punto… Si tratta di uno spettacolo di arte concettuale, giusto?”.
E’ l’inizio di una avventura che somiglia davvero a un film, la lotta con l’Alieno che “si stava intromettendo con la forza nella mia storia, togliendomela di mano, non permettendomi più di dirigerla o di produrla” .
Ma Martino Slavi non intende farsela togliere di mano così facilmente, la capacità di dirigere e raccontare la sua storia. La precisione lucida e spesso ironica con cui riesce a descrivere gli stati alterati di coscienza prodotti dal tumore e dagli interventi sul cervello nelle diverse fasi di malattia, la scintillante efficacia dei racconti e dei ricordi di vita sorprendono continuamente. Ci si dimentica di come è stato scritto questo libro, da una persona “con un buco in testa, un vuoto nel cervello, esattamente nel posto in cui le lettere vengono interpretate come parole, e dove la memoria le unisce in modo tale da riconoscerle come elementi consecutivi di una frase”.
L’aiuto dell’assistente vocale (Alex, con cui Martino dialoga e litiga, voce sintetizzata traduttrice e traditrice di pensieri) non rende meno incredibile la fatica e la determinazione, e la genialità, che hanno reso possibile questo libro.

Per noi, che ci occupiamo di parole e di cura, questo è un libro da leggere a più livelli.
Il primo è sicuramente quello della immersione totale nell’avventura di Martino, senza chiedersi : ma come si fa a scrivere un libro rincorrendo lettere che si scollegano prima di formare la parola giusta, parole che non riescono a seguire il flusso dei pensieri, come si fa ad andare avanti, frase dopo frase, riga dopo riga…?
Non chiediamocelo, assecondiamo il racconto, l’avanti e indietro nel tempo, i personaggi, le storie. C’è una storia famigliare che traspare nel racconto, una famiglia con una storia, un presente e un futuro: una famiglia che si compone e si scompone, si modifica, anche, ma non solo, sotto le ondate violente provocate dalla malattia.
Le altre ondate sono quelle della vita, che irrompe in tutte le sue forme:  da quella più fantastica di tutte, la nascita di un figlio, Miro, un figlio per cui bisogna esserci, per vederlo crescere e crescere insieme, fino alla fine; a quelle più terrene, i problemi economici, la necessità di trovare lavoro, e di che pagare le cure.
C’è un matrimonio che non regge, c’è un nuovo incredibile amore.
E ci sono una madre, una sorella, ci sono gli amici e l’amicizia, i viaggi, e la voglia di vivere, e la creatività senza limiti, e l’ostinazione, e la risata di Martino perfino nelle ultime giornate in ospedale.

Un secondo livello è l’immagine del  mondo della cura visto e descritto da un malato inabituale come Martino Sclavi.  A cominciare dalla descrizione impietosa di “quella grande orchestra che è l’ospedale” che fa da cornice al ringraziamento rivolto agli infermieri che “sanno ascoltare, vi lasciano piangere senza commentare, se ne vanno quando avete bisogno di rimanere soli”.
Da cercare in tutto il corso del libro, da annotare e meditare i momenti in cui l’incontro fra i medici e il paziente non è come  vorremmo che fosse:  le comunicazioni di diagnosi gelide e sbrigative, le discussioni dei dottori al letto del malato -  in questo caso il padre di Martino – parlando “in gergo, senza mai guardarlo in faccia, trattandolo come un animale da macello, o come un idiota che non avrebbe potuto capire i loro complessi discorsi”.
 La  descrizione di ciò che significa per  il paziente e per chi lo accompagna attendere per ore, in un corridoio semibuio, il medico “importante” con cui si ha appuntamento,  vederlo passare e ripassare per  quel corridoio senza uno sguardo per chi è in attesa, con un atteggiamento che dice con chiarezza:  “Lasciatemi stare e non rivolgetemi la parola”.
Lo sconcerto e l’incertezza che si prova nell’ essere trascinati a forza nella lotta per la supremazia scientifica fra Stati Uniti e Italia, e fra centro oncologico e centro oncologico: la svalutazione delle cure e dei percorsi di cura proposti dagli “altri” centri, senza preoccuparsi di come si sente chi di quelle cure si è fidato e  deve continuare a fidarsi.
La sensazione che il linguaggio in cui i medici si esprimono sia “esplicitamente concepito per escludere le persone comuni dalla conversazione”.
 Le decisioni da prendere da soli, Martino e la limitata ma formidabile squadra formata dalla madre Marianella e dalla sorella Bianca, con medici diversi che dicono cose diverse, con il timore di prendere la decisione sbagliata, e con la convinzione ormai consolidata che “ le parole ‘inequivocabile’ e ‘sicuro’ non possono rientrare nel mio personale lessico medico. Ci sarà sempre un altro dottore con una teoria opposta e molto convincente”
 E c’è la ricerca di “altre” cure, dalla meditazione, che accompagna e sostiene Martino anche nei momenti più tremendi, come l’ intervento al cervello affrontato da sveglio, alle diete, alle erbe, o, all’estremo opposto della “scientificità”, la ricerca di cure d’avanguardia e l’accettazione di percorsi quasi fantascientifici come la ricerca sperimentale sul vaccino dendritico.
I personaggi del mondo della cura che si muovono in queste descrizioni non sono macchiette, e non sono neppure immagini stereotipate in positivo o in negativo: sono persone vere, che possono aiutare ogni professionista a chiedersi: ma io, come sono? Come mi vedono i miei pazienti? E’ così che voglio essere visto, è così che voglio prendermi cura di loro?

Un terzo livello è quello clinico. La  descrizione vivida dei cambiamenti nelle sue capacità cognitive e motorie che Martino percepisce dopo i diversi interventi, della sensazione di  non avere il controllo dei suoi pensieri, come se ci fosse un “alieno” nella sua testa;  la perdita della capacità di lettura ma non di quella della scrittura, fenomeno rarissimo secondo i neuroscienziati, fanno del libro di Martino Sclavi un importante caso di studio per chi si occupa di lesioni cerebrali e di riabilitazione. La sua storia mostra quello che può fare una persona del suo cervello tagliuzzato, più che ciò che un cervello tagliuzzato può fare a una persona, ed è  già diventata oggetto di incontri scientifici sulle capacità ancora poco esplorate della rete neuronale di riparare i danni subiti e di ripristinare funzionalità.
Come scrive il neuropsicologo Carlo Semenza,  quello che sappiamo è che il cervello è plasticissimo, ma  non si è mai in grado di sapere in anticipo quanto questa plasticità funzionerà per il singolo paziente.
Sicuramente il “paziente” Martino Sclavi dimostra che “si può sopravvivere a eventi impossibili”, ma non ci spiega come. La risposta è forse nelle parole della sua mamma, Marianella Sclavi, che nel dedicarmi il libro di Martino ha scritto “una testimonianza di come una persona educata fin da piccolo all’ascolto attivo riesce ad affrontare anche il dramma con creatività e leggerezza”.  


Le immagini utilizzate sono tratte dal sito The finch in my brain

Tags: S.Quadrino, Libri


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