Primodelmese – Archivio

Storie

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Silvana Quadrino

Primodelmese è la newsletter mensile scritta da Silvana Quadrino dove trovare  pensieri, riflessioni, storie per iniziare ogni mese insieme.

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COLPA, VERGOGNA E RISPETTO

Parto da uno scambio di qualche giorno fa, in aula, con gli allievi del terzo anno del nostro corso di counseling. Si parlava di miti e segreti famigliari, a partire dalle storie e dai ricordi di “quello che non si poteva dire” in famiglia, ed emergeva inevitabilmente il tema della vergogna: segreto come qualcosa che si deve nascondere, per protezione o per vergogna. Mito famigliare come narrazione di copertura, che compatta tutta la famiglia nella fedeltà a una storia più presentabile, meno vergognosa. Ma cosa è la vergogna? Ha a che fare con il senso di colpa?  E’ una emozione dannosa, da cui difendersi e difendere le persone a cui teniamo?

Qualche mese fa scrivevo in un articolo sulla rivista UPPA ( Il senso di colpa fa male ai bambini?) che quando quando si rimprovera un bambino che ha fatto   qualcosa che non riteniamo buono o giusto “ quello che vogliamo non è che il bambino non abbia fatto quello che gli  rimproveriamo, ma che impari a non farlo più,  e  che sappia che  lo riteniamo capace di comportarsi meglio”
In questo senso possiamo dire che il senso di colpa è educativo: perché definisce un confine fra ciò che è socialmente e moralmente accettabile  e ciò che “contravviene a una disposizione della legge o a un precetto della morale
Un confine che va appreso, rispettato, preservato.
Nel 1923  Martin Buber, sociologo e filosofo ebreo tedesco, pubblicava un  libro fondativo,  “Ich und Du”- Io e tu.  In estrema sintesi, il “tu”, l“altro”, è per lui l’elemento centrale nella costruzione della soggettività individuale: solo chi riconosce nell’altro un “tu”, una persona a pieno titolo, può considerarsi realmente un essere umano. Se non riconosco l’altro come persona, se non regolo i miei comportamenti nel rispetto dell’altro come persona, è la mia umanità a perdere senso e valore.
Di questo si dovrebbe provare vergogna.
A questo pensavo, dopo lo scambio con gli allievi, mentre leggevo un articolo di  Pier Luigi Celli su Repubblica del 29 marzo con il titolo:  “La scomparsa del senso della vergogna. Scrive a un certo punto Celli :
crescono generazioni caratterizzate da ciò che Ortega y Gasset chiamava una “ingratitudine radicale”, nel senso che si impara presto a non dovere niente a nessuno, a non essere chiamati a rendere conto di nulla”.
Parla, ovviamente, di politici senza vergogna, né delle proprie azioni né delle proprie affermazioni. Ma anche del rischio di arrendersi alla scomparsa della vergogna, che è in realtà “un sentimento nobile, perché ha a che fare con la dignità e l’onore”. Un sentimento, aggiungo io, che deve svilupparsi con una educazione affettiva che renda tollerabile il senso di colpa e lo trasformi in coscienza sociale.
Forse l’incapacità di tollerare il senso di colpa  è una delle componenti di quello slittamento nella autogiustificazione senza vergogna, che anni fa era lo slogan di un partito oggi al governo “Noi diciamo ad alta voce quello che voi vi vergognate di pensare
Non è del senso di colpa che dobbiamo avere paura, ma della perdita della motivazione al rispetto dell’altro, che richiede autolimitazione, rinuncia all’autoreferenzialità compiacente, capacità di ammettere colpe ed errori.  E’ questa motivazione al rispetto che dobbiamo mantenere in noi stessi, coltivare nei nostri figli, incoraggiare e sostenere nei nostri interventi professionali e nel nostro agire politico e sociale.
Chi non la possiede dovrebbe provarne una profonda vergogna.

ETICHETTE, SEMPLIFICAZIONI E ALTRE TRAPPOLE LINGUISTICHE

Il mio professore di letteratura italiana all’Università era Ettore Bonora, italianista, critico letterario e docente appassionato. Feroce nei confronti della scrittura sciatta e prevedibile, ci metteva in guardia da quelle che poi avrei imparato a definire euristiche: associazioni facili e quasi automatiche fra sostantivi e aggettivi, quelle che fanno diventare ogni pioggia uggiosa o battente, ogni nuvola fosca o minacciosa, ogni abbraccio tenero o appassionato.

Ho imparato da lui a diffidare degli aggettivi, a usarli con parsimonia e, possibilmente, con fantasia. Questo mi rende sensibile alla comparsa di aggettivi alla moda, che nel tempo scompaiono, o al contrario rimangono più a lungo: uno dei più persistenti è “solare”, che in molti speriamo si estingua come i dinosauri… ma al momento non sembra stia succedendo.
Quelli che oggi vedo radicarsi nel linguaggio comune sono aggettivi che riguardano le relazioni. Complice la psicologizzazione disinvolta di ogni evento, comportamento, dramma, da parte di giornalisti e affini, ogni relazione problematica diventa “tossica”, ogni famiglia infelice a modo suo diventa “disfunzionale”. Ogni maschio egoista e distratto diventa “narcisista”.
Il fenomeno va di pari passo con un altro, quello della attribuzione di etichette diagnostiche alle difficoltà di relazione o semplicemente di vita di qualcuno. Ipotesi di disturbo dello spettro autistico, di sindrome borderline, di disturbo dell’attenzione, di disturbo ossessivo compulsivo, con relativi acronimi (ASD, DBP ecc.) vengono formulate con disinvoltura da famigliari e amici, addirittura dalle persone riferendosi a se stesse.
Se gli aggettivi scontati tolgono vivacità e spessore a una descrizione, gli aggettivi e le etichette riferiti alla personalità e alle relazioni cancellano le specificità e le differenze, nominano senza descrivere, cristallizzano persone e rapporti  in una condizione non modificabile e forse per questo rassicurante. C’è un rischio però: che quelle etichette condizionino il futuro di quella persona, di quelle relazioni, in una sorta di profezia che si autoconferma, più simile al sortilegio di una fata cattiva che a un aiuto a comprendere e a evolvere. Che si trasmettano come verità accertate, che diventino parte dell’essere di quella persona e impediscono di descriverla in modo diverso. “Vuole sempre che controlliamo le mail prima di spedirle, ha quel tratto ossessivo compulsivo…” . “Non è facile relazionarsi con lei, si direbbe un po’ autistica… “
Cerchiamo di non farlo.

Una diagnosi è una cosa seria: serve se e quando serve, e solo se è fatta come si deve e condivisa nei contesti adeguati.

Coltiviamo la delicatezza del parlare, nella vita personale e in quella professionale: ricerchiamo le sfumature, le sfaccettature, le mille variazioni delle persone che incontriamo, delle relazioni che viviamo o che ci vengono raccontate.

E’ una questione di autocontrollo: se ci viene alle labbra una parola-etichetta impariamo a fermarla. E se la sentiamo usare da qualcuno, proviamo a usare la strategia dell’ingenuo, la domanda che svela la superficialità: “narcisista? in che senso, scusa?”  “disfunzionale? Cioè, concretamente, cosa vedi succedere?”  Sarà un contributo non da poco all’ecologia della comunicazione.

Noi di CHANGE ci teniamo.

PERCHÈ I RAGAZZI FANNO QUELLO CHE FANNO?

I ragazzi.

Non tutti i ragazzi. Ma molti: fanno cose che i grandi trovano inaccettabili, incredibili, impensabili. Fanno del male ad altri ragazzi. Si fanno del male. Esplodono in crisi di rabbia e di violenza, in casa, a scuola. Fanno i bulli, le bulle.  Oppure subiscono senza riuscire a confidarsi con i grandi.
Perché?
Spiegazioni ne sentiamo molte, tutte offerte con orgogliosa certezza: sono le famiglie, che hanno perso credibilità. I padri, troppo concentrati a inseguire una giovinezza che hanno ormai perso per dedicare tempo e attenzione ai figli. Le madri, troppo chiocce, oppure al contrario troppo distratte da quel lavoro che farebbero meglio ad abbandonare per ritornare a occuparsi del focolare. Le coppie che si separano e tolgono ai ragazzi la sicurezza di una famiglia solida e unita.
Ma no, è la scuola, gli insegnati demotivati e distratti. La società competitiva che propone due sole alternative, o sei un vincente o sei un perdente. I social. I videogiochi. La perdita di valori.
È a questo punto, quando si comincia a tirare in ballo i valori, che ci si accorge dell’inutilità di quella domanda, “perché?”. I valori non compaiono e scompaiono per caso. Si costruiscono, e a costruirli sono le persone, tutte. Compresi i venditori di certezze, e compresi i ragazzi stessi. È la complessità, bellezza!
La domanda più utile non è “perché succede” ma cosa “non” succede. Cosa manca, nelle relazioni fra adulti e ragazzi.
Ne discutevo giorni fa con alcuni genitori a proposito di un film, Il ragazzo dai pantaloni rosa, che forse ha circolato meno del superdiscusso Adolescence. Un ragazzo suicida, a 15 anni. Una storia scritta da sua madre dopo quel suicidio, che rimanda una famiglia normale nella sua imperfezione: genitori che si separano, con tutte le inevitabili tensioni e difficoltà; una mamma che cerca di ritrovare una vita sentimentale; il figlio più grande, Andrea, che cerca di proteggere come può il fratellino più piccolo. E una normale, terribile situazione di bullismo, che a un certo punto Andrea non riesce più a sopportare.

La domanda che ci siamo fatti, “cosa è mancato”, trova una sola risposta: qualcuno a cui dirlo. Molte volte non possono essere i genitori ad accogliere lo smarrimento, il dolore, la disperazione che può provare un ragazzo nella difficile strada della crescita. La storia di Andrea è emblematica: lui semplicemente non può dire ai suoi che per i compagni di scuola è ormai soltanto più la checca, da insultare, da ridicolizzare, da emarginare. Per loro lui non è così, è il loro meraviglioso bambino, bravissimo a scuola, che canta nel coro del Vaticano, che “diventerà qualcuno”. Non può distruggerla quell’immagine, sostituirla con quella che gli stanno cucendo addosso, vergognosa, umiliante.
Ai miei non posso dirlo. Chi lavora con gli adolescenti l’ha sentita mille volte questa frase. E non è perché i genitori sono assenti, distratti o peggio ancora separati. Ma perché dirlo significherebbe sostituire agli occhi dei genitori l’immagine del bambino dolce e sorridente che loro amano con qualcosa di così diverso, imprevisto, forse sbagliato, che non amerebbero, di cui si vergognerebbero. Non posso dire ai miei che forse preferisco i ragazzi alle ragazze. Non posso dire che ho rubato a scuola. Non posso dire che ho avuto un rapporto sessuale ma forse non volevo. Non posso dire che continuo a vedere quel ragazzo che a loro non piace, e che lui a volte mi picchia. Non posso dire che sto con i bulli della classe e faccio come loro. Non posso dire che ho paura di essere incinta.
Quando si parla di educazione all’affettività si parla di questo: di situazioni in cui i ragazzi imparino a fare i conti con un’immagine di sé in costruzione faticosa, con gli errori di costruzione e con il brutto e il bello dell’imparare a vivere da adulti. I ragazzi fanno le cose che fanno perché stanno imparando, e imparando fanno errori, a volte brutti. Ma sono ragazzi, e questa frase non deve significare accondiscendenza ma impegno: nessun ragazzo vuole davvero rinunciare alla possibilità di crescere, ma ha bisogno di aiuto. Capire che si può parlarne di quelle cose brutte, fino a riuscire a parlarne anche con i genitori, richiede aiuto.
Sarebbe bello che quell’aiuto ci fosse, a scuola, sul territorio, per i ragazzi e per i genitori. È una proposta che continueremo a fare.

VICINI DI OMBRELLONE: PAROLE E IMMAGINI NEL VENTO

È una strana comunità quella che si crea su una spiaggia: spazi delimitati dall’ombra di un ombrellone ma in realtà privi di confini. E le parole viaggiano con il vento.
Si può sentire tutto, da un ombrellone all’altro: telefonate, liti, chiacchiere. Le persone parlano. Parlano di altre persone. E noi, vicini di ombrellone, volontariamente o no ascoltiamo.
Ma hai saputo che…”
Non c’è pudore nello scambio di informazioni (informazioni?) su persone ignare del fatto che lì, in quello spazio aperto, qualcuno sta disegnando la loro immagine, condividendo con altre persone pezzi, reali o immaginari, della loro vita e della loro storia.

Ci pensavo a partire da una parola: pettegolezzo. In una ricerca sul malessere relazionale nelle scuole è stato individuato come la prima causa di malessere fra il personale insegnante e non insegnante. Una parola quasi gergale, quasi innocua. Meno pesante di “calunnia”, o “diffamazione”. Ma è davvero così?
Se trasportiamo la situazione spiaggia e ombrellone in una qualsiasi realtà organizzata – scuola, ospedale, azienda, servizio di territorio – e immaginiamo quegli scambi apparentemente innocui come una rete attraverso la quale passano informazioni sulle azioni, le caratteristiche, le colpe di persone che non hanno la possibilità di intervenire per correggere, controbattere, giustificarsi, spiegare…  credo che diventi chiaro il potere distruttivo del pettegolezzo.
Cosa dice un pettegolezzo? Cosa ha fatto quella persona. Perché lo ha fatto. Come è, in realtà. CHI È. Il pettegolezzo costruisce una immagine condivisa di una persona, ammantata di verità. Perché se te lo dico è vero, e se lo diciamo in due, e poi in tre, in cinque, è ancora più vero. E chi non ci crede è sciocco o cattivo: non capisce o ce l’ha con noi.
C’è un grande gioco di potere nella frase “lo sai che…”: il potere di chi sa e decide a chi dire, e il potere di chi è stato scelto per sapere. Difficile sottrarsi all’ebbrezza di esercitarlo a propria volta, di scegliere anche noi qualcuno a cui dire “sai cosa ho saputo?” E il micidiale telegrafo senza fili continua a ticchettare e a fare le sue vittime.
Facciamo vittime quando parliamo di un collega, di un paziente, di un genitore in modalità “sfogo”, senza badare troppo al peso delle parole. Senza pensare che quello sfogo sta diventando una informazione che da quel momento in poi circolerà, verrà modificata, arricchita, ingigantita, ma sempre timbrata come verità.
In un libro che consiglio, La disinformazione felice: a cosa servono le bufale, Fabio Paglieri, esperto di scienze cognitive e di dinamiche della credenza, descrive con molti esempi storici il percorso che porta dal “ma hai saputo che…” alla convinzione condivisa che un fatto sia davvero accaduto. Sottolinea, anche, la differenza fra disinformazione – informazione falsa diffusa con lo specifico intento di ingannare, o di danneggiare qualcuno; e misinformazione – informazione imprecisa o non verificata che viene diffusa senza l’esplicita intenzione di ingannare. È questo che protegge il pettegolezzo dallo stigma che accompagna la calunnia: la convinzione di non star facendo nulla di male. Ma chi è stato vittima di pettegolezzo sa benissimo i danni che quell’innocuo “hai saputo che…” può provocare.
Ci vuole un pensiero etico per tenere sotto controllo la tentazione del pettegolezzo, per non dire nulla che non abbiamo il diritto di dire. Degli altri, della loro vita, del loro modo di essere, non abbiamo il diritto di dire nulla. Se poi “gli altri” fanno parte della nostra realtà di lavoro, a questo si aggiunge un obbligo deontologico che impone che nessuno dei nostri comportamenti produca danni ad altri.
Ma allora…  come facciamo a condividere le informazioni su un alunno, un paziente, una situazione problematica che bisognerebbe affrontare?
La risposta è: la condivisione delle informazioni richiede spazi e regole precise. Cioè, deve essere circoscritta a situazioni formali (riunioni, incontri di gruppo) condotte con rigore e competenza. Se no, siamo come vicini di ombrellone. E le informazioni se ne vanno con il vento, chissà dove e come.

Il PESSISMISMO, L’UTOPIA E IL CORAGGIO DELL’ ALMENO

Ascoltavo qualche settimana fa il podcast  “Wilson” del Post , riflessioni di Francesco Costa che danno sempre una bella scossa ai pensieri. Il titolo era stimolante e un po’ triste: “Quando la sinistra è diventata pessimista?”.   Mi veniva in mente un album di Giorgio Gaber del 2001, La mia generazione ha perso; una canzone in particolare, La razza in estinzione.

 C’era già tutto. Delusione. Rimpianto per il passato. Perdita della speranza che qualcosa di migliore possa accadere. Amarezza e rassegnazione. E quindi pessimismo, che è la strada maestra verso il disimpegno, la deresponsabilizzazione, l’impotenza acquisita.
Anche noi siamo diventati pessimisti?
Al di là della classificazione destra/sinistra, il discorso di Costa mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che riguardano tutti noi che in un modo o nell’altro abbiamo scelto mestieri che non possono fare a meno della speranza in qualcosa di migliore: migliore salute, migliore giustizia, migliore aiuto, migliore educazione. Ma migliore di cosa?
Il primo aspetto su cui dobbiamo riflettere è il confronto: migliore, ci insegna la grammatica, è un aggettivo comparativo. Prevede una misurazione, un confronto che permetta di individuare un “più” e un “meno”, un meglio e un peggio.

La nostra mente lineare basa i confronti fra un “prima” e un “dopo”. Ed è questo, dice Costa, che rende difficile oggi l’ottimismo degli anni 60/70: perché almeno noi, nati nella parte fortunata del pianeta, abbiamo accumulato esperienze di miglioramenti mai sperimentate prima dall’umanità, nelle cure, nelle condizioni di vita, nella diffusione della cultura. Partiamo da un livello che si presta più alla percezione dei peggioramenti che a quella dei miglioramenti. E rischiamo il peggiore degli atteggiamenti nostalgici e conservatori: il rimpianto di un passato idealizzato, che non tornerà ma forse sarebbe bello che tornasse (i genitori di una volta, gli insegnanti di una volta, i politici di una volta…).
Il secondo aspetto è quella che Watzlawick definiva “la sindrome da utopia”. Per spiegarla mi faccio aiutare ancora dalla grammatica: migliore può anche essere un superlativo. È questo che può fermare lo slancio e l’impegno verso il cambiamento: spostare sempre più avanti il traguardo del “meglio” rende insignificante “un po’ meglio”. Anche perché quel meglio assoluto richiederebbe che diventassero meglio anche tutti gli altri, i colleghi, i formatori dei colleghi, i dirigenti, gli amministratori, i politici, gli elettori dei politici, gli insegnanti e i genitori che educano i futuri elettori dei politici che sceglieranno i dirigenti e gli amministratori che emaneranno direttive che impediranno a noi e ai colleghi di raggiungere quel meglio. Lo so che sembra la filastrocca della Fiera dell’est, ma la sindrome da utopia ha questo effetto ipnotico che alla fine diventa paralizzante: a che serve che io faccia qualcosa, cosa cambia, se intanto tutti quegli altri non si stanno muovendo nella stessa direzione, anzi sembra proprio che remino in direzione opposta? Che ci posso fare, io?
Che ci posso fare è il peggiore pensiero, il peggiore alibi che possiamo usare. L’antidoto a quel pensiero, che cova in ciascuno di noi, per stanchezza, per delusione, per frustrazione, è quella che Goffredo Fofi, un personaggio insostituibile della cultura italiana scomparso da poco, mi ha insegnato a definire “etica laica”. È un’etica della responsabilità personale, ma anche del rispetto per il lavoro che facciamo e per l’impegno che ci mettiamo, indipendentemente dalla portata dei risultati. Poggia sulla parola “almeno”, e non prevede il confronto con quello che fanno (o non fanno) gli altri. Ognuno di noi dovrebbe poter dire, del proprio lavoro: almeno io ho ascoltato quella persona; almeno io ho cercato di essere accogliente, di non giudicare, di non accontentarmi della prima impressione. Almeno io ho fatto sentire quel paziente visto, riconosciuto, creduto. Almeno io cerco di comportarmi sempre  in modo corretto, rigoroso. Etico.

L’almeno richiede il coraggio di non aspettare che siano gli altri a fare. E visto che in questa newsletter ho abbondato in riferimenti musicali, ne aggiungo uno conclusivo, molto pop: il tormentone malizioso di Raffaella Carrà A far l’amore comincia tu. Trasformato in “a fare il tuo meglio comincia tu”.
Buon coraggio dell’”almeno” in questa ripresa post estiva. Restiamo connessi, che l’autunno porti buoni frutti.

CHI HA COMINCIATO?

VERITÀ NARRATIVE E RICERCA DEL “VERO” COLPEVOLE

È stato lui! Non è colpa mia, sono loro che…
Chi ha a che fare con le interazioni fra bambini conosce bene questa sequenza: ne bastano due, di bambini, e alla prima lite il copione parte in automatico. Scuse, accuse. Accuse, soprattutto: ai “veri” colpevoli, e poi, in un allargamento del conflitto, accuse esacerbate all’incauto adulto che cerca di mettere ordine fra narrazioni discordanti, nella vana speranza di ricostruire una verità buona e giusta: “Sei sempre dalla sua parte”, “Vedi? Dai sempre la colpa a me. Sei ingiusto! È lui che ha cominciato!”
Parliamo di bambini? Il gioco sterile del “chi ha cominciato” imperversa anche fra adulti e più che adulti, in un “libro dei conti” che si estende ad anni, decenni precedenti, ricco di ricordi consolidati in certezze, e di smentite altrettanto inconfutabili. Al centro di tutto, due obiettivi impossibili: ricostruire narrazioni VERE, e decidere cosa è GIUSTO fare.
Se è vero che Gigi ha distrutto il castello di sabbia di Mario, è giusto che Mario lo riempia di botte? Fino a che punto? E che cerchi di affogarlo? È troppo? Ma in fondo, è Gigi che ha cominciato.  O forse no, magari Mario ha costruito il suo castello di sabbia dopo aver demolito il castello di Gigi, ma… Di chi era la spiaggia? Forse dei genitori di Mario? Forse dei nonni di Gigi?
Sono gli inconvenienti di una realtà lineare, in cui ogni cosa è preceduta da qualche altra cosa, e il “prima” e il “dopo” sembrano raccontare una storia di cause ed effetti, di colpe imperdonabili e di legittimi diritti di vendetta.
Anche l’intervento pacificatore degli adulti ha un potere limitato: la richiesta, che in genere viene subito dopo un urlaccio e un definitivo “adesso basta!”, è: “chiedi scusa”.
Faccio una riflessione sintattico/grammaticale sulla parola risolutrice “scusa”: avete mai pensato che si tratta di un imperativo? Cioè che in pratica stiamo intimando all’altro di scusarci? Dopo avergli calpestato il castello di sabbia, o nel caso di una coppia, dopo averlo tradito, o dopo avergli dato un paio di sberle? Quasi sempre, poi, la parola “scusa” è seguita da un “ma…”. Scusa ma non l’ho fatto apposta. Scusa ma anche tu quella volta… Scusa ma mi hai proprio fatto arrabbiare. E adesso che l’ho detto, che ho fatto la mia parte, tu dovresti fare la tua; cioè, scusarmi e andare oltre. Fino al prossimo castello distrutto. Fino alla prossima sberla.
C’è un motto, attribuito di volta in volta alla regina Vittoria o Benjamin Disraeli, e in genere alla famiglia reale inglese, che dice never complain, never explain: mai lagnarsi, mai cercare di spiegarsi (giustificarsi). Non è, come può sembrare, un atteggiamento di supponente superiorità. Ha a che fare invece con il coraggio di assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Di ammettere di avere causato un danno. Che differenza di classe, e di autorevolezza, rispetto alle patetiche accuse e controaccuse, alle ricostruzioni “storiche” che partono sempre dalle nefandezze compiute dall’altro, ai libri dei conti truccati, dove azioni e reazioni si pesano con bilance differenti, e le azioni che si rimproverano all’altro pesano sempre molto, molto di più di ciò che abbiamo fatto noi.
Stavamo parlando di bambini? Sì. Forse.  O forse non solo: se parliamo di adulti, e anche di adulti che parlano di giustizia ai bambini, dovremmo imparare a rinunciare, come insegna Gustavo Zagrebvelsky (La virtù del dubbio. Intervista su etica e diritto, a cura di G. Preterossi, Laterza 2007) a un’idea di giustizia assoluta e di verità oggettiva, e impegnarsi invece per una giustizia pratica; che, tornando alle liti fra bambini (ma forse non stiamo parlando soltanto di quelle…) deve essere una giustizia riparativa, un’azione che dia modo a entrambi di riparare i danni e uscire dal circuito senza speranza vittima/colpevole, in cui la vittima per non sentirsi vittima non può che trasformarsi in carnefice; lagnandosi per i danni subiti e giustificando ad oltranza i danni e le ferite che provoca.

LA NATURA, LA LEGGE, LA LIBERTÀ

Lo dice la natura stessa.

È la frase lapidaria con cui si cerca di ostacolare e condannare ogni velleità di cambiamento: non si può fare, non è naturale. È la frase con cui le donne sono state escluse per secoli dalle professioni “maschili”. La stessa con cui i padri che partecipavano alla cura dei bambini sono stati oggetto di critiche e derisione, etichettati con il termine “mammo”: un ibrido maschio/femmina, sbagliato, innaturale. Quella con cui si santifica come “naturale” il dolore, si nega il diritto di porre fine a una vita che è soltanto strazio. Voler morire, aiutare qualcuno a morire, non è naturale

La natura detta legge: la famiglia è fatta da un maschio e da una femmina, è la legge della natura. Il posto delle donne è in casa, ad allevare i figli. Legge della natura. I maschi sono fatti per comandare le donne, fa parte della loro natura. Partorire con dolore, consumare la vita fino alla fine nel dolore è naturale, dobbiamo accettarlo.
Ma dove l’ha scritta questa legge, la natura?  Be’, non è proprio una legge scritta, ma c’è qualcosa di inconfutabile che permette di dire “è legge”, che mette fine a ogni discussione: “si è sempre fatto così”. Da che mondo è mondo.
Il linguaggio colloquiale è denso di questi modi di dire che contengono una indicazione inconfutabile: cambiare, voler cambiare, è sbagliato.
Se poi la legge della natura diventa legge e basta, voler cambiare non è solo sbagliato: è vietato. Ma bisogna esserne contenti, perché la legge non fa altro che difendere la natura. Dove andremmo a finire, altrimenti? In un mondo al contrario?

È uscito da poco in italiano un libro molto documentato di un’antropologa statunitense, Sarah Blaffer Hrdy (Il tempo dei padri: l’istinto maschile nella cura dei figli, Bollati Boringhieri) che mette in discussione in modo scientifico e documentato uno dei capisaldi della legge della natura: il maschio della specie fuori dalle nursery, o se preferite dalla tana, intento a fare cose da maschio, la femmina tutta dedita al suo compito di nutrice/accuditrice. Parla di tribù lontane, parla di colonie animali e di scimmie, ma parla anche delle modificazioni a cui ha assistito nei comportamenti degli esseri umani nei confronti della genitorialità. Parla di diversità, parla di cambiamenti.
Cosa dovremmo dedurne? Che la natura non si è presa la briga di ingabbiare i comportamenti in leggi immodificabili: il suo solo scopo è la conservazione della specie, e ogni specie adatta i comportamenti alle condizioni di vita per garantire la migliore sopravvivenza possibile alle nuove generazioni. La natura è aperta al cambiamento!
La legge umana è assai meno possibilista: mette paletti, separa quello che è consentito fare da quello che è vietato, illegale, punibile. Il corto circuito paradossale si crea quando a convalida della legge umana si invoca la natura. Il “da che mondo è mondo”. Il “si è sempre fatto così”.
Il punto di inciampo è il cambiamento. La libertà del cambiamento. Che la natura prevede, perché la sopravvivenza richiede adattamento alle modificazioni dell’ambiente, mentre le leggi umane si muovono sempre a rilento, quando non in direzione ostinata e contraria. La realtà si modifica; le esigenze si modificano; gli strumenti con cui gli esseri umani garantiscono la sopravvivenza alla specie si modificano, evolvono, rendono possibili nuovi modi di vivere. Ma la legge occhiuta è lì per decidere, non si sa a nome di chi, quanto cambiamento consentire.
Attenzione, perché il cambiamento sembra non essere consentito né in avanti né all’indietro: si è sempre fatto così va bene quando va bene; ma voler tornare a come si faceva prima, ad esempio vivere in un bosco senza elettricità e senza acqua corrente, non va bene. Chi ha mai visto! Non siamo mica nel medioevo.
Non intendo entrare nel merito della nota vicenda. La mia riflessione riguarda il cambiamento e gli ostacoli che incontra. È una riflessione chiave, per chi cerca di mantenere e sviluppare un pensiero sistemico, e non si conclude con queste righe. Quello che voglio ricordare, all’inizio di un mese che richiama tradizioni e ricordi di “come era una volta”, è che la libertà è cambiamento, e il cambiamento è libertà. Da realizzare con la saggezza che ci suggerisce Bateson: con rigore e con immaginazione.
Buon dicembre da vivere ciascuno a suo modo.

IL VECCHIO E IL NUOVO

Primo gennaio.
Perché festeggiamo il primo giorno di gennaio? Perché molti di noi hanno aspettato la mezzanotte del 31, ciascuno a suo modo, per poi esultare per uno scatto della lancetta dell’orologio, che ha sancito che sì, veramente, è iniziato un nuovo anno? E pensare che quello scatto della lancetta avviene ogni giorno, a mezzanotte, senza suscitare particolari entusiasmi.
È quell’aggettivo, nuovo, che dà un sapore speciale al primo giorno dell’anno. Del nuovo anno. Perché, in questo caso, nuovo è bello.

Non è sempre così. Molto spesso ciò che è nuovo suscita paura, diffidenza, senso di incertezza: non è più rassicurante restare fermi in ciò che si conosce, in ciò che si è sempre fatto? Evitare l’incertezza di ciò che non si conosce?

Quando qualche settimana fa abbiamo pensato alla parola guida per gli auguri di CHANGE per il nuovo anno, abbiamo scelto la parola equilibrio. Sembra un ossimoro, l’accostamento della parola equilibrio alla parola CHANGE, cambiamento. Non è così: solo l’equilibrio permette di sfidare l’immobilità e osare il cambiamento. Per non restare fermi occorre sfidare il disequilibrio, accettare il rischio del passo in avanti.
Equilibrio non significa neppure neutralità, cauta moderazione, quello che i torinesi esprimono così bene nella frase “esageruma nen”. Per attraversare la vita con equilibrio ci vuole passione: una direzione, un sogno. Non si resta in equilibrio guardando indietro, o in basso: bisogna guardare avanti.
Che cosa può dare, o restituire, la passione per qualcosa di nuovo da cercare, da creare, da conquistare, da condividere? A noi, adulti o anziani, e soprattutto ai più giovani, ai quali stiamo rischiando di lasciare un mondo di passioni tristi, di egoismo, di obiettivi sterili?

C’è una frase che ha risuonato troppo in questo anno, una frase apparentemente innocua, ma violentissima nella sua rozza semplificazione; scritta, gridata, lanciata come una maledizione, come una condanna. ANDATE A LAVORARE!

Urlata contro chi è partito con la flottilla; contro le persone che manifestano la loro solidarietà a chi è perseguitato, aggredito, cacciato dalla propria terra; contro i ragazzi che rivendicano spazi di cultura libera.
Perché quella frase, ANDATE A LAVORARE, mi colpisce e mi disturba? Perché è l’espressione di una visione della vita oscura, priva di luce, o illuminata soltanto dalle luci fittizie del consumo, o del profitto. Lavorare, produrre, consumare, lucrare se possibile sul lavoro di altri. Studiare, anche, ma per trovare un lavoro serio, che permetta di consumare e se possibile lucrare sul lavoro di altri.
È questo che mi colpisce: l’esaltazione di un modello di vita “dalle 9 alle 18”, individualistico o familistico, in cui tutto quello che è passione, impegno, pensiero, è superfluo, anzi pericoloso, se non è monetizzato.
Mi è tornata in mente una canzone degli anni ’60. Si chiama Little boxes, Piccole scatole, e descrive con umorismo e amarezza un mondo in cui tutti vivono chiusi nelle loro piccole scatole, scuole, auto, case. Senza passioni. Senza sogni.
La condivido con tutte e tutti voi come augurio di un anno di sogni e di passioni, fuori dalle rassicuranti piccole scatole dei nostri egoismi. Non andiamo SOLO a lavorare: andiamo nelle piazze, nei luoghi di condivisione, facciamo musica, cultura, politica sana e coraggiosa. Buon 2026 di coraggioso equilibrio nel cambiamento.