Storie
Primodelmese – Archivio
Primodelmese è la newsletter mensile scritta da Silvana Quadrino dove trovare pensieri, riflessioni, storie per iniziare ogni mese insieme.
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ETICHETTE, SEMPLIFICAZIONI E ALTRE TRAPPOLE LINGUISTICHE |
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Il mio professore di letteratura italiana all’Università era Ettore Bonora, italianista, critico letterario e docente appassionato. Feroce nei confronti della scrittura sciatta e prevedibile, ci metteva in guardia da quelle che poi avrei imparato a definire euristiche: associazioni facili e quasi automatiche fra sostantivi e aggettivi, quelle che fanno diventare ogni pioggia uggiosa o battente, ogni nuvola fosca o minacciosa, ogni abbraccio tenero o appassionato. Ho imparato da lui a diffidare degli aggettivi, a usarli con parsimonia e, possibilmente, con fantasia. Questo mi rende sensibile alla comparsa di aggettivi alla moda, che nel tempo scompaiono, o al contrario rimangono più a lungo: uno dei più persistenti è “solare”, che in molti speriamo si estingua come i dinosauri… ma al momento non sembra stia succedendo. Una diagnosi è una cosa seria: serve se e quando serve, e solo se è fatta come si deve e condivisa nei contesti adeguati. Coltiviamo la delicatezza del parlare, nella vita personale e in quella professionale: ricerchiamo le sfumature, le sfaccettature, le mille variazioni delle persone che incontriamo, delle relazioni che viviamo o che ci vengono raccontate. E’ una questione di autocontrollo: se ci viene alle labbra una parola-etichetta impariamo a fermarla. E se la sentiamo usare da qualcuno, proviamo a usare la strategia dell’ingenuo, la domanda che svela la superficialità: “narcisista? in che senso, scusa?” “disfunzionale? Cioè, concretamente, cosa vedi succedere?” Sarà un contributo non da poco all’ecologia della comunicazione. Noi di CHANGE ci teniamo. |
PERCHÈ I RAGAZZI FANNO QUELLO CHE FANNO? |
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I ragazzi. Non tutti i ragazzi. Ma molti: fanno cose che i grandi trovano inaccettabili, incredibili, impensabili. Fanno del male ad altri ragazzi. Si fanno del male. Esplodono in crisi di rabbia e di violenza, in casa, a scuola. Fanno i bulli, le bulle. Oppure subiscono senza riuscire a confidarsi con i grandi. La domanda che ci siamo fatti, “cosa è mancato”, trova una sola risposta: qualcuno a cui dirlo. Molte volte non possono essere i genitori ad accogliere lo smarrimento, il dolore, la disperazione che può provare un ragazzo nella difficile strada della crescita. La storia di Andrea è emblematica: lui semplicemente non può dire ai suoi che per i compagni di scuola è ormai soltanto più la checca, da insultare, da ridicolizzare, da emarginare. Per loro lui non è così, è il loro meraviglioso bambino, bravissimo a scuola, che canta nel coro del Vaticano, che “diventerà qualcuno”. Non può distruggerla quell’immagine, sostituirla con quella che gli stanno cucendo addosso, vergognosa, umiliante. |
VICINI DI OMBRELLONE: PAROLE E IMMAGINI NEL VENTO
È una strana comunità quella che si crea su una spiaggia: spazi delimitati dall’ombra di un ombrellone ma in realtà privi di confini. E le parole viaggiano con il vento.
Si può sentire tutto, da un ombrellone all’altro: telefonate, liti, chiacchiere. Le persone parlano. Parlano di altre persone. E noi, vicini di ombrellone, volontariamente o no ascoltiamo.
“Ma hai saputo che…”
Non c’è pudore nello scambio di informazioni (informazioni?) su persone ignare del fatto che lì, in quello spazio aperto, qualcuno sta disegnando la loro immagine, condividendo con altre persone pezzi, reali o immaginari, della loro vita e della loro storia.
Ci pensavo a partire da una parola: pettegolezzo. In una ricerca sul malessere relazionale nelle scuole è stato individuato come la prima causa di malessere fra il personale insegnante e non insegnante. Una parola quasi gergale, quasi innocua. Meno pesante di “calunnia”, o “diffamazione”. Ma è davvero così?
Se trasportiamo la situazione spiaggia e ombrellone in una qualsiasi realtà organizzata – scuola, ospedale, azienda, servizio di territorio – e immaginiamo quegli scambi apparentemente innocui come una rete attraverso la quale passano informazioni sulle azioni, le caratteristiche, le colpe di persone che non hanno la possibilità di intervenire per correggere, controbattere, giustificarsi, spiegare… credo che diventi chiaro il potere distruttivo del pettegolezzo.
Cosa dice un pettegolezzo? Cosa ha fatto quella persona. Perché lo ha fatto. Come è, in realtà. CHI È. Il pettegolezzo costruisce una immagine condivisa di una persona, ammantata di verità. Perché se te lo dico è vero, e se lo diciamo in due, e poi in tre, in cinque, è ancora più vero. E chi non ci crede è sciocco o cattivo: non capisce o ce l’ha con noi.
C’è un grande gioco di potere nella frase “lo sai che…”: il potere di chi sa e decide a chi dire, e il potere di chi è stato scelto per sapere. Difficile sottrarsi all’ebbrezza di esercitarlo a propria volta, di scegliere anche noi qualcuno a cui dire “sai cosa ho saputo?” E il micidiale telegrafo senza fili continua a ticchettare e a fare le sue vittime.
Facciamo vittime quando parliamo di un collega, di un paziente, di un genitore in modalità “sfogo”, senza badare troppo al peso delle parole. Senza pensare che quello sfogo sta diventando una informazione che da quel momento in poi circolerà, verrà modificata, arricchita, ingigantita, ma sempre timbrata come verità.
In un libro che consiglio, La disinformazione felice: a cosa servono le bufale, Fabio Paglieri, esperto di scienze cognitive e di dinamiche della credenza, descrive con molti esempi storici il percorso che porta dal “ma hai saputo che…” alla convinzione condivisa che un fatto sia davvero accaduto. Sottolinea, anche, la differenza fra disinformazione – informazione falsa diffusa con lo specifico intento di ingannare, o di danneggiare qualcuno; e misinformazione – informazione imprecisa o non verificata che viene diffusa senza l’esplicita intenzione di ingannare. È questo che protegge il pettegolezzo dallo stigma che accompagna la calunnia: la convinzione di non star facendo nulla di male. Ma chi è stato vittima di pettegolezzo sa benissimo i danni che quell’innocuo “hai saputo che…” può provocare.
Ci vuole un pensiero etico per tenere sotto controllo la tentazione del pettegolezzo, per non dire nulla che non abbiamo il diritto di dire. Degli altri, della loro vita, del loro modo di essere, non abbiamo il diritto di dire nulla. Se poi “gli altri” fanno parte della nostra realtà di lavoro, a questo si aggiunge un obbligo deontologico che impone che nessuno dei nostri comportamenti produca danni ad altri.
Ma allora… come facciamo a condividere le informazioni su un alunno, un paziente, una situazione problematica che bisognerebbe affrontare?
La risposta è: la condivisione delle informazioni richiede spazi e regole precise. Cioè, deve essere circoscritta a situazioni formali (riunioni, incontri di gruppo) condotte con rigore e competenza. Se no, siamo come vicini di ombrellone. E le informazioni se ne vanno con il vento, chissà dove e come.
Il PESSISMISMO, L’UTOPIA E IL CORAGGIO DELL’ ALMENO
Ascoltavo qualche settimana fa il podcast “Wilson” del Post , riflessioni di Francesco Costa che danno sempre una bella scossa ai pensieri. Il titolo era stimolante e un po’ triste: “Quando la sinistra è diventata pessimista?”. Mi veniva in mente un album di Giorgio Gaber del 2001, La mia generazione ha perso; una canzone in particolare, La razza in estinzione.
C’era già tutto. Delusione. Rimpianto per il passato. Perdita della speranza che qualcosa di migliore possa accadere. Amarezza e rassegnazione. E quindi pessimismo, che è la strada maestra verso il disimpegno, la deresponsabilizzazione, l’impotenza acquisita.
Anche noi siamo diventati pessimisti?
Al di là della classificazione destra/sinistra, il discorso di Costa mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che riguardano tutti noi che in un modo o nell’altro abbiamo scelto mestieri che non possono fare a meno della speranza in qualcosa di migliore: migliore salute, migliore giustizia, migliore aiuto, migliore educazione. Ma migliore di cosa?
Il primo aspetto su cui dobbiamo riflettere è il confronto: migliore, ci insegna la grammatica, è un aggettivo comparativo. Prevede una misurazione, un confronto che permetta di individuare un “più” e un “meno”, un meglio e un peggio.
La nostra mente lineare basa i confronti fra un “prima” e un “dopo”. Ed è questo, dice Costa, che rende difficile oggi l’ottimismo degli anni 60/70: perché almeno noi, nati nella parte fortunata del pianeta, abbiamo accumulato esperienze di miglioramenti mai sperimentate prima dall’umanità, nelle cure, nelle condizioni di vita, nella diffusione della cultura. Partiamo da un livello che si presta più alla percezione dei peggioramenti che a quella dei miglioramenti. E rischiamo il peggiore degli atteggiamenti nostalgici e conservatori: il rimpianto di un passato idealizzato, che non tornerà ma forse sarebbe bello che tornasse (i genitori di una volta, gli insegnanti di una volta, i politici di una volta…).
Il secondo aspetto è quella che Watzlawick definiva “la sindrome da utopia”. Per spiegarla mi faccio aiutare ancora dalla grammatica: migliore può anche essere un superlativo. È questo che può fermare lo slancio e l’impegno verso il cambiamento: spostare sempre più avanti il traguardo del “meglio” rende insignificante “un po’ meglio”. Anche perché quel meglio assoluto richiederebbe che diventassero meglio anche tutti gli altri, i colleghi, i formatori dei colleghi, i dirigenti, gli amministratori, i politici, gli elettori dei politici, gli insegnanti e i genitori che educano i futuri elettori dei politici che sceglieranno i dirigenti e gli amministratori che emaneranno direttive che impediranno a noi e ai colleghi di raggiungere quel meglio. Lo so che sembra la filastrocca della Fiera dell’est, ma la sindrome da utopia ha questo effetto ipnotico che alla fine diventa paralizzante: a che serve che io faccia qualcosa, cosa cambia, se intanto tutti quegli altri non si stanno muovendo nella stessa direzione, anzi sembra proprio che remino in direzione opposta? Che ci posso fare, io?
Che ci posso fare è il peggiore pensiero, il peggiore alibi che possiamo usare. L’antidoto a quel pensiero, che cova in ciascuno di noi, per stanchezza, per delusione, per frustrazione, è quella che Goffredo Fofi, un personaggio insostituibile della cultura italiana scomparso da poco, mi ha insegnato a definire “etica laica”. È un’etica della responsabilità personale, ma anche del rispetto per il lavoro che facciamo e per l’impegno che ci mettiamo, indipendentemente dalla portata dei risultati. Poggia sulla parola “almeno”, e non prevede il confronto con quello che fanno (o non fanno) gli altri. Ognuno di noi dovrebbe poter dire, del proprio lavoro: almeno io ho ascoltato quella persona; almeno io ho cercato di essere accogliente, di non giudicare, di non accontentarmi della prima impressione. Almeno io ho fatto sentire quel paziente visto, riconosciuto, creduto. Almeno io cerco di comportarmi sempre in modo corretto, rigoroso. Etico.
L’almeno richiede il coraggio di non aspettare che siano gli altri a fare. E visto che in questa newsletter ho abbondato in riferimenti musicali, ne aggiungo uno conclusivo, molto pop: il tormentone malizioso di Raffaella Carrà A far l’amore comincia tu. Trasformato in “a fare il tuo meglio comincia tu”.
Buon coraggio dell’”almeno” in questa ripresa post estiva. Restiamo connessi, che l’autunno porti buoni frutti.
CHI HA COMINCIATO?VERITÀ NARRATIVE E RICERCA DEL “VERO” COLPEVOLE È stato lui! Non è colpa mia, sono loro che… |
LA NATURA, LA LEGGE, LA LIBERTÀLo dice la natura stessa. È la frase lapidaria con cui si cerca di ostacolare e condannare ogni velleità di cambiamento: non si può fare, non è naturale. È la frase con cui le donne sono state escluse per secoli dalle professioni “maschili”. La stessa con cui i padri che partecipavano alla cura dei bambini sono stati oggetto di critiche e derisione, etichettati con il termine “mammo”: un ibrido maschio/femmina, sbagliato, innaturale. Quella con cui si santifica come “naturale” il dolore, si nega il diritto di porre fine a una vita che è soltanto strazio. Voler morire, aiutare qualcuno a morire, non è naturale La natura detta legge: la famiglia è fatta da un maschio e da una femmina, è la legge della natura. Il posto delle donne è in casa, ad allevare i figli. Legge della natura. I maschi sono fatti per comandare le donne, fa parte della loro natura. Partorire con dolore, consumare la vita fino alla fine nel dolore è naturale, dobbiamo accettarlo. È uscito da poco in italiano un libro molto documentato di un’antropologa statunitense, Sarah Blaffer Hrdy (Il tempo dei padri: l’istinto maschile nella cura dei figli, Bollati Boringhieri) che mette in discussione in modo scientifico e documentato uno dei capisaldi della legge della natura: il maschio della specie fuori dalle nursery, o se preferite dalla tana, intento a fare cose da maschio, la femmina tutta dedita al suo compito di nutrice/accuditrice. Parla di tribù lontane, parla di colonie animali e di scimmie, ma parla anche delle modificazioni a cui ha assistito nei comportamenti degli esseri umani nei confronti della genitorialità. Parla di diversità, parla di cambiamenti. |
IL VECCHIO E IL NUOVOPrimo gennaio. Non è sempre così. Molto spesso ciò che è nuovo suscita paura, diffidenza, senso di incertezza: non è più rassicurante restare fermi in ciò che si conosce, in ciò che si è sempre fatto? Evitare l’incertezza di ciò che non si conosce? Quando qualche settimana fa abbiamo pensato alla parola guida per gli auguri di CHANGE per il nuovo anno, abbiamo scelto la parola equilibrio. Sembra un ossimoro, l’accostamento della parola equilibrio alla parola CHANGE, cambiamento. Non è così: solo l’equilibrio permette di sfidare l’immobilità e osare il cambiamento. Per non restare fermi occorre sfidare il disequilibrio, accettare il rischio del passo in avanti. C’è una frase che ha risuonato troppo in questo anno, una frase apparentemente innocua, ma violentissima nella sua rozza semplificazione; scritta, gridata, lanciata come una maledizione, come una condanna. ANDATE A LAVORARE! Urlata contro chi è partito con la flottilla; contro le persone che manifestano la loro solidarietà a chi è perseguitato, aggredito, cacciato dalla propria terra; contro i ragazzi che rivendicano spazi di cultura libera. |