Storie
FORME MUTEVOLI
Le riflessioni di Mauro Doglio stimolate dagli interventi del convegno Change “La famiglia: un sistema che cambia in una società che cambia”. Riflessioni che racchiudono il pensiero ed il lavoro di Change.
aprire uno spazio tra l’esitazione e la certezza
Per concentrare in due parole le tante cose dette durante il convegno Change sulla Famiglia ho scelto queste: Forme mutevoli.
Mi hanno colpito perché esemplificano la fluidità dei concetti che abbiamo trattato oggi e la variabilità dei loro confini. Per esempio, come delimitiamo lo spazio della famiglia? Quali sono i suoi confini? E poi, quante forme può prendere il denaro? Come si può trasformare a seconda dei diversi tipi di famiglia?
Questa riflessione sui confini si collega ad un altro dei punti che ci premeva porre in evidenza: l’importanza di mettere in questione i concetti dati per scontati, non prendere le cose così come sono ma farci delle domande su ciò che appare ovvio.
E, mentre rifletto, mi rendo conto che molto del lavoro che abbiamo fatto consiste nell’esercitarsi a rallentare, nel non agire velocemente, d’impulso. Abbiamo lavorato per aprire uno spazio tra l’esitazione e la certezza e mi appare sempre più chiaro che, oggi più che mai, la differenza tra la capacità di esitare e la determinazione certa ad un’ azione non discutibile sia una soglia etica.
L’esitazione, e quindi la capacità di rallentare l’azione, di porsi una domanda in più prima della decisione, di non agire d’impulso è una questione etica perché produce effetti enormi sulla vita degli altri e, infatti, vediamo in ogni telegiornale quanto la mancanza di qualsiasi barlume di esitazione sulle proprie azioni produca ovunque catastrofi.
Dire che la questione etica oggi è legata alla capacità di esitare significa anche collegarla all’autodefinizione della nostra identità: so chi sono? Certo che so chi sono… o forse no, forse invece esitare significa interrogarsi su quanto la mia identità è legata alle identità degli altri e alle definizioni che gli altri danno di me.
E rispetto all’identità possiamo individuare un’altra soglia etica: quanto più un’identità è fissa, rigida, certa di se stessa, tanto più inclina ad unirsi ad altri due concetti che, quando formano un fascio con la parola ‘identità’, di solito producono conseguenze omicide. Queste due parole sono: purezza e sicurezza.
Identità, purezza, sicurezza: mettetele insieme e potete immaginare quali terrificanti effetti producano.
Nelle riflessioni che abbiamo sviluppato oggi invece abbiamo intravisto direzioni di pensiero diverse anche rispetto all’identità come forma mutevole: quante identità ci sono? Quanti tipi di famiglia ci sono? Quanti modi di pensare il denaro ci sono?
Tanti. Quanti ne conosciamo? Pochi.
Ma il punto non è questo, il punto è: ci incuriosiscono? Se ci incuriosiscono siamo sulla buona strada, se ci spaventano, la strada sarà un po’ più difficile.
Noi a Change cerchiamo di non farci spaventare e, quindi, siamo andati avanti a pensare le forme mutevoli e cito qui l’esempio che è stato fatto poco fa del bambino immaginato come argilla che viene manipolato dalle mani che lo massaggiano; questo mi ha fatto venire in mente una cosa che ripetiamo sempre nella nostra formazione: gli esseri umani non sono, ma diventano. E questo implica la capacità di cogliere la plasmabilità dell’umano, che, in quanto tale, non è mai definito una volta per tutte ma è sempre una forma in movimento, una forma mutevole. E qui c’è l’altro aspetto che ci interessa, soprattutto per chi lavora nelle professioni di cura: è vero che gli esseri umani non sono ma diventano, ma in funzione di cosa diventano? In funzione delle relazioni, in funzione di quali altri esseri umani incontrano.
Ed ecco che quello spazio di azione, anche piccolo, anche molto piccolo, che consiste nell’incontro di esseri umani in un ambulatorio medico, in una scuola, in un pronto soccorso, in un servizio sociale, quel punto diventa uno spazio eticamente rilevante, perché lì si può rimanere immobili, imprigionati dalla nostra identità, dalle nostre certezze, dalla nostra purezza, dalle nostre paure oppure può diventare lo spazio in cui possiamo realizzare le cose di cui abbiamo parlato oggi. Prima di tutto esplorare il mondo dell’altro e poi porci le due domande di cui abbiamo parlato prima: “In questo incontro che cosa ho bisogno di vedere e che cosa ho bisogno di capire?”
Ma per riuscire a vedere e a capire devo aver fatto il percorso di cui abbiamo parlato, essermi interrogato sulla mia identità, altrimenti non vedo altro che quello che sono, altrimenti non capisco altro che quello che già so. Quando è così, qualsiasi dialogo è impossibile, e le conseguenze dell’impossibilità del dialogo le vediamo ogni giorno, in forme sempre più terrificanti, in molti luoghi del mondo.