4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities

Storie

4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities

Silvana Quadrino

Entrare in contatto con la storia di vita

Questo mese nella newsletter di Holden Pro c’è un’intervista a Silvana Quadrino, docente per la scuola Holden del corso Medical Humanities: le parole e la narrazione nella relazione medico-paziente. Grazie alla disponibilità della scuola Holden la condividiamo qui.

Grazie alla disponibilità della scuola Holden la condividiamo anche qui.

Perché oggi è così importante insegnare a chi cura anche a “raccontare” e ad ascoltare storie?

La riflessione sulla narrazione nella cura, quella che è stata definita “medicina narrativa”, è relativamente recente in Italia, ma la funzione sociale e relazionale del raccontarsi era già stata descritta da tempo nella cosiddetta “filosofia della narrazione”: Adriana Cavarero, una delle autrici più note in questo campo, scrive che “ogni essere umano, nella sua unicità, desidera ricevere da un altro il racconto della propria storia”. Nell’incontro fra chi cura e chi è curato si incontrano due storie che spesso non armonizzano fra loro: il medico racconta una storia clinica, in cui la malattia e il malato coincidono, e ciò che è da curare è la malattia, che si esprime con segni e sintomi visibili, osservabili, oggettivabili con test ed esami diagnostici; le parole del malato sembrano superflue, a fronte della sempre maggiore precisione delle tecniche diagnostiche. Ma il malato, e i suoi famigliari coinvolti nella malattia e nella cura, raccontano una storia di vita; una vita che in molti casi contiene anche la morte, prevista, temuta, annunciata; che contiene paure, speranze, illusioni, tentativi di conservare comunque una qualità di vita, una “salute residua”, che richiede l’aiuto dei curanti. La risposta a quella richiesta di aiuto non può essere solo clinica: la salute non è assenza di malattia o perfetta guarigione, ma “il miglior equilibrio possibile fra gli aspetti fisici, emotivi, sociali, spirituali e relazionali di una persona nel momento della vita che sta attraversando” come scrive Giorgio Bert, che ha fondato con me l’Istituto Change di Torino. L’aiuto che chi cura può dare al malato è facilitare quel “miglior equilibrio possibile”, in ogni fase della storia di malattia; per farlo, deve entrare in contatto con la storia di vita del malatocon l’unico strumento possibile: la voce del paziente, la sua narrazione.

In che modo la narrazione può influire concretamente sulla relazione tra medico e paziente?

Il medico non può sapere cosa significa per quel determinato paziente essere in salute, essere malato, rischiare di ammalarsi, curarsi e lasciarsi curare; di cosa ha bisogno quel paziente per fidarsi e affidarsi, per decidere quali cure accettare e quali rifiutare. Non può sapere perché quel paziente si comporta in modo apparentemente irragionevole, o perché un famigliare fa delle richieste che sembrano assurde, come continuare a tentare di curare un vecchio che sta morendo e a cui quegli estremi tentativi di cura provocano solo sofferenza. Non può sapere quale è la cosa giusta da dire quando deve dare una cattiva notizia, o quando i famigliari gli chiedono di non dire la verità a un malato sulle sue condizioni. Sono infinite le situazioni in cui i professionisti sanitari sensibili, quelli “bravi”, avvertono il disagio di “non sapere cosa dire” quando vorrebbero essere di aiuto, trovare le parole giuste. Ma le parole giuste da dire non ci sono: ci sono le parole del dialogo, le domande gentili che facilitano le narrazioni, l’apertura di spazi alle parole del malato, che diventano fili per il tessuto di una narrazione condivisa. A quei fili il medico aggiungerà i suoi fili, la sua parte di narrazione, ma sempre rispettando la trama che il paziente gli propone. Perché la malattia, la vita, la morte, le emozioni, il dolore appartengono al paziente. La cura invece appartiene a entrambi, e ai famigliari che condividono il percorso della malattia: la cura è una relazione, e come tale richiede parole condivise. 

 

Qual è la parola che nell’ambito della cura viene più spesso fraintesa o sottovalutata?

La parola più fraintesa, snaturata e svilita è ascolto. È diventata una parola vuota,spesso usata come un compito da svolgere educatamente, o da rifiutare perché “tanto non ci sono portato”, o anche perché “chi ce l’ha il tempo?”. Ma ascolto di cosa? Per poter ascoltare qualcuno è necessaria la sua voce. E allora cosa dovrebbe ascoltare il medico? Quello che il paziente racconta spontaneamente? E se non racconta nulla, o racconta cose che non sono utilizzabili nella relazione di cura? La convinzione che ascoltare sia comportarsi come gli psicoanalisti da barzelletta, che annuiscono pensosi e silenziosi ai racconti fiume dei pazienti, ha reso molti medici scettici e reattivi nei confronti di tutte le proposte di formazione basate sull’ ascolto e sulla narrazione. Il corso che proponiamo, che unisce la metodologia della scuola Holden alla metodologia sistemico-narrativa dell’istituto Change, aiuta i medici – e i professionisti della cura in generale – a dare un significato concreto, attivo e costruttivo, alla parola “ascolto”. Ascoltare significa facilitare, e poi ascoltare, la narrazione del paziente, guidare il flusso narrativo e costruire insieme al paziente una storia di cura, in cui la sua storia, la sua identità, la sua esperienza di vita e di malattia incontrano le parole del medico e danno luogo a una narrazione condivisa: la storia di quel momento di malattia e di cura, unico e irripetibile come è ogni momento della nostra storia umana.