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	<title>Storie Archivi - Istituto Change</title>
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	<description>Ecologia delle comunicazioni nei sistemi umani</description>
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	<title>Storie Archivi - Istituto Change</title>
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		<title>Primodelmese &#8211; Archivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 07:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/primodelmese/">Primodelmese &#8211; Archivio</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><section data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="wpb-content-wrapper"><section id="testata-single-post" data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_row-o-equal-height vc_row-o-content-middle vc_row-flex"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-4"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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    <p class="prata white">Storie</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Primodelmese &#8211; Archivio</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1280" height="960" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280.jpeg 1280w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280-300x225.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280-1024x768.jpeg 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280-768x576.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280-400x300.jpeg 400w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/04/planner-4884740_1280-600x450.jpeg 600w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" />
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			<p>Primodelmese è la newsletter mensile scritta da Silvana Quadrino dove trovare  <em>pensieri, riflessioni, storie per iniziare ogni mese insieme.</em></p>
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			<table style="font-weight: 400;" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<table width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<h1>COLPA, VERGOGNA E RISPETTO</h1>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
<tr>
<td>
<table width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<p style="font-weight: 400;">Parto da uno scambio di qualche giorno fa, in aula, con gli allievi del terzo anno del nostro corso di counseling. Si parlava di miti e segreti famigliari, a partire dalle storie e dai ricordi di “quello che non si poteva dire” in famiglia, ed emergeva inevitabilmente il tema della vergogna: segreto come qualcosa che si deve nascondere, per protezione o per vergogna. Mito famigliare come narrazione di copertura, che compatta tutta la famiglia nella fedeltà a una storia più presentabile, meno vergognosa. Ma cosa è la vergogna? Ha a che fare con il senso di colpa?  E’ una emozione dannosa, da cui difendersi e difendere le persone a cui teniamo?</p>
<p style="font-weight: 400;">Qualche mese fa scrivevo in un articolo sulla rivista UPPA ( Il senso di colpa fa male ai bambini?) che quando quando si rimprovera un bambino che ha fatto   qualcosa che non riteniamo buono o giusto <em>“ quello che vogliamo non è che il bambino non abbia fatto quello che gli  rimproveriamo, ma che impari a non farlo più,  e  che sappia che  lo riteniamo capace di comportarsi meglio”</em><br />
In questo senso possiamo dire che il senso di colpa è educativo: perché definisce un confine fra ciò che è socialmente e moralmente accettabile  e ciò che “<a href="https://www.treccani.it/vocabolario/colpa/#"><em>contravviene a una disposizione della legge o a un precetto della morale</em></a><em>”<br />
</em>Un confine che va appreso, rispettato, preservato.<br />
Nel 1923  Martin Buber, sociologo e filosofo ebreo tedesco, pubblicava un  libro fondativo,  “Ich und Du”- Io e tu.  In estrema sintesi, il “<em>tu</em>”, l<em>“altro</em>”, è per lui l’elemento centrale nella costruzione della soggettività individuale: solo chi riconosce nell’altro un “<em>tu</em>”, una persona a pieno titolo, può considerarsi realmente un essere umano. Se non riconosco l’altro come persona, se non regolo i miei comportamenti nel rispetto dell’altro come persona, è la mia umanità a perdere senso e valore.<br />
Di questo si dovrebbe provare vergogna.<br />
A questo pensavo, dopo lo scambio con gli allievi, mentre leggevo un articolo di  Pier Luigi Celli su Repubblica del 29 marzo con il titolo:  “<em>La scomparsa del senso della vergogna</em>”<em>.</em> Scrive a un certo punto Celli :<br />
“<em>crescono generazioni caratterizzate da ciò che Ortega y Gasset chiamava una “ingratitudine radicale”, nel senso che si impara presto a non dovere niente a nessuno, a non essere chiamati a rendere conto di nulla</em>”.<br />
Parla, ovviamente, di politici senza vergogna, né delle proprie azioni né delle proprie affermazioni. Ma anche del rischio di arrendersi alla scomparsa della vergogna, che è in realtà <em>“un sentimento nobile, perché ha a che fare con la dignità e l’onore”. </em>Un<em> </em>sentimento, aggiungo io, che deve svilupparsi con una educazione affettiva che renda tollerabile il senso di colpa e lo trasformi in coscienza sociale.<br />
Forse l’incapacità di tollerare il senso di colpa  è una delle componenti di quello slittamento nella autogiustificazione senza vergogna, che anni fa era lo slogan di un partito oggi al governo “<em>Noi diciamo ad alta voce quello che voi vi vergognate di pensare</em>”<br />
Non è del senso di colpa che dobbiamo avere paura, ma della perdita della motivazione al rispetto dell’altro, che richiede autolimitazione, rinuncia all’autoreferenzialità compiacente, capacità di ammettere colpe ed errori.  E’ questa motivazione al rispetto che dobbiamo mantenere in noi stessi, coltivare nei nostri figli, incoraggiare e sostenere nei nostri interventi professionali e nel nostro agire politico e sociale.<br />
Chi non la possiede dovrebbe provarne una profonda vergogna.</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>

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			<table style="font-weight: 400;" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<h1 class="last-child">ETICHETTE, SEMPLIFICAZIONI E ALTRE TRAPPOLE LINGUISTICHE</h1>
</td>
</tr>
<tr>
<td>
<p style="font-weight: 400;">Il mio professore di letteratura italiana all’Università era Ettore Bonora, italianista, critico letterario e docente appassionato. Feroce nei confronti della scrittura sciatta e prevedibile, ci metteva in guardia da quelle che poi avrei imparato a definire euristiche: associazioni facili e quasi automatiche fra sostantivi e aggettivi, quelle che fanno diventare ogni pioggia uggiosa o battente, ogni nuvola fosca o minacciosa, ogni abbraccio tenero o appassionato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ho imparato da lui a diffidare degli aggettivi, a usarli con parsimonia e, possibilmente, con fantasia. Questo mi rende sensibile alla comparsa di aggettivi alla moda, che nel tempo scompaiono, o al contrario rimangono più a lungo: uno dei più persistenti è “solare”, che in molti speriamo si estingua come i dinosauri… ma al momento non sembra stia succedendo.<br />
Quelli che oggi vedo radicarsi nel linguaggio comune sono aggettivi che riguardano le relazioni. Complice la psicologizzazione disinvolta di ogni evento, comportamento, dramma, da parte di giornalisti e affini, ogni relazione problematica diventa “tossica”, ogni famiglia infelice a modo suo diventa “disfunzionale”. Ogni maschio egoista e distratto diventa “narcisista”.<br />
Il fenomeno va di pari passo con un altro, quello della attribuzione di etichette diagnostiche alle difficoltà di relazione o semplicemente di vita di qualcuno. Ipotesi di disturbo dello spettro autistico, di sindrome borderline, di disturbo dell’attenzione, di disturbo ossessivo compulsivo, con relativi acronimi (ASD, DBP ecc.) vengono formulate con disinvoltura da famigliari e amici, addirittura dalle persone riferendosi a se stesse.<br />
Se gli aggettivi scontati tolgono vivacità e spessore a una descrizione, gli aggettivi e le etichette riferiti alla personalità e alle relazioni cancellano le specificità e le differenze, nominano senza descrivere, cristallizzano persone e rapporti  in una condizione non modificabile e forse per questo rassicurante. C’è un rischio però: che quelle etichette condizionino il futuro di quella persona, di quelle relazioni, in una sorta di profezia che si autoconferma, più simile al sortilegio di una fata cattiva che a un aiuto a comprendere e a evolvere. Che si trasmettano come verità accertate, che diventino parte dell’essere di quella persona e impediscono di descriverla in modo diverso. “Vuole sempre che controlliamo le mail prima di spedirle, ha quel tratto ossessivo compulsivo…” . “Non è facile relazionarsi con lei, si direbbe un po’ autistica… “<br />
Cerchiamo di non farlo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Una diagnosi è una cosa seria: serve se e quando serve, e solo se è fatta come si deve e condivisa nei contesti adeguati.</p>
<p style="font-weight: 400;">Coltiviamo la delicatezza del parlare, nella vita personale e in quella professionale: ricerchiamo le sfumature, le sfaccettature, le mille variazioni delle persone che incontriamo, delle relazioni che viviamo o che ci vengono raccontate.</p>
<p style="font-weight: 400;">E’ una questione di autocontrollo: se ci viene alle labbra una parola-etichetta impariamo a fermarla. E se la sentiamo usare da qualcuno, proviamo a usare la strategia dell’ingenuo, la domanda che svela la superficialità: “narcisista? in che senso, scusa?”  “disfunzionale? Cioè, concretamente, cosa vedi succedere?”  Sarà un contributo non da poco all’ecologia della comunicazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Noi di CHANGE ci teniamo.</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>

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			<table style="font-weight: 400;" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<h1>PERCHÈ I RAGAZZI FANNO QUELLO CHE FANNO?</h1>
</td>
</tr>
<tr>
<td>
<p style="font-weight: 400;">I ragazzi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non <em>tutti</em> i ragazzi. Ma molti: fanno cose che i grandi trovano inaccettabili, incredibili, impensabili. Fanno del male ad altri ragazzi. Si fanno del male. Esplodono in crisi di rabbia e di violenza, in casa, a scuola. Fanno i bulli, le bulle.  Oppure subiscono senza riuscire a confidarsi con i grandi.<br />
Perché?<br />
Spiegazioni ne sentiamo molte, tutte offerte con orgogliosa certezza: sono le famiglie, che hanno perso credibilità. I padri, troppo concentrati a inseguire una giovinezza che hanno ormai perso per dedicare tempo e attenzione ai figli. Le madri, troppo chiocce, oppure al contrario troppo distratte da quel lavoro che farebbero meglio ad abbandonare per ritornare a occuparsi del focolare. Le coppie che si separano e tolgono ai ragazzi la sicurezza di una famiglia solida e unita.<br />
Ma no, è la scuola, gli insegnati demotivati e distratti. La società competitiva che propone due sole alternative, o sei un vincente o sei un perdente. I social. I videogiochi. La perdita di valori.<br />
È a questo punto, quando si comincia a tirare in ballo i valori, che ci si accorge dell’inutilità di quella domanda, “perché?”. I valori non compaiono e scompaiono per caso. Si costruiscono, e a costruirli sono le persone, tutte. Compresi i venditori di certezze, e compresi i ragazzi stessi. È la complessità, bellezza!<br />
La domanda più utile non è “perché succede” ma cosa “non” succede. Cosa manca, nelle relazioni fra adulti e ragazzi.<br />
Ne discutevo giorni fa con alcuni genitori a proposito di un film, Il ragazzo dai pantaloni rosa, che forse ha circolato meno del superdiscusso Adolescence. Un ragazzo suicida, a 15 anni. Una storia scritta da sua madre dopo quel suicidio, che rimanda una famiglia normale nella sua imperfezione: genitori che si separano, con tutte le inevitabili tensioni e difficoltà; una mamma che cerca di ritrovare una vita sentimentale; il figlio più grande, Andrea, che cerca di proteggere come può il fratellino più piccolo. E una normale, terribile situazione di bullismo, che a un certo punto Andrea non riesce più a sopportare.</p>
<p style="font-weight: 400;">La domanda che ci siamo fatti, “cosa è mancato”, trova una sola risposta: qualcuno a cui dirlo. Molte volte non possono essere i genitori ad accogliere lo smarrimento, il dolore, la disperazione che può provare un ragazzo nella difficile strada della crescita. La storia di Andrea è emblematica: lui semplicemente non può dire ai suoi che per i compagni di scuola è ormai soltanto più la checca, da insultare, da ridicolizzare, da emarginare. Per loro lui non è così, è il loro meraviglioso bambino, bravissimo a scuola, che canta nel coro del Vaticano, che “diventerà qualcuno”. Non può distruggerla quell’immagine, sostituirla con quella che gli stanno cucendo addosso, vergognosa, umiliante.<br />
<em>Ai miei non posso dirlo</em>. Chi lavora con gli adolescenti l’ha sentita mille volte questa frase. E non è perché i genitori sono assenti, distratti o peggio ancora separati. Ma perché dirlo significherebbe sostituire agli occhi dei genitori l’immagine del bambino dolce e sorridente che loro amano con qualcosa di così diverso, imprevisto, forse sbagliato, che non amerebbero, di cui si vergognerebbero. Non posso dire ai miei che forse preferisco i ragazzi alle ragazze. Non posso dire che ho rubato a scuola. Non posso dire che ho avuto un rapporto sessuale ma forse non volevo. Non posso dire che continuo a vedere quel ragazzo che a loro non piace, e che lui a volte mi picchia. Non posso dire che sto con i bulli della classe e faccio come loro. Non posso dire che ho paura di essere incinta.<br />
Quando si parla di educazione all’affettività si parla di questo: di situazioni in cui i ragazzi imparino a fare i conti con un’immagine di sé in costruzione faticosa, con gli errori di costruzione e con il brutto e il bello dell’imparare a vivere da adulti. I ragazzi fanno le cose che fanno perché stanno imparando, e imparando fanno errori, a volte brutti. Ma sono ragazzi, e questa frase non deve significare accondiscendenza ma impegno: nessun ragazzo vuole davvero rinunciare alla possibilità di crescere, ma ha bisogno di aiuto. Capire che si può parlarne di quelle cose brutte, fino a riuscire a parlarne anche con i genitori, richiede aiuto.<br />
Sarebbe bello che quell’aiuto ci fosse, a scuola, sul territorio, per i ragazzi e per i genitori. È una proposta che continueremo a fare.</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>

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			<h1>VICINI DI OMBRELLONE: PAROLE E IMMAGINI NEL VENTO</h1>
<p style="font-weight: 400;">È una strana comunità quella che si crea su una spiaggia: spazi delimitati dall’ombra di un ombrellone ma in realtà privi di confini. E le parole viaggiano con il vento.<br />
Si può sentire tutto, da un ombrellone all’altro: telefonate, liti, chiacchiere. Le persone parlano. Parlano di altre persone. E noi, vicini di ombrellone, volontariamente o no ascoltiamo.<br />
“<em>Ma hai saputo che…”</em><br />
Non c’è pudore nello scambio di informazioni (informazioni?) su persone ignare del fatto che lì, in quello spazio aperto, qualcuno sta disegnando la loro immagine, condividendo con altre persone pezzi, reali o immaginari, della loro vita e della loro storia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci pensavo a partire da una parola: pettegolezzo. In una ricerca sul malessere relazionale nelle scuole è stato individuato come la prima causa di malessere fra il personale insegnante e non insegnante. Una parola quasi gergale, quasi innocua. Meno pesante di “calunnia”, o “diffamazione”. Ma è davvero così?<br />
Se trasportiamo la situazione spiaggia e ombrellone in una qualsiasi realtà organizzata – scuola, ospedale, azienda, servizio di territorio – e immaginiamo quegli scambi apparentemente innocui come una rete attraverso la quale passano informazioni sulle azioni, le caratteristiche, le colpe di persone che non hanno la possibilità di intervenire per correggere, controbattere, giustificarsi, spiegare…  credo che diventi chiaro il potere distruttivo del pettegolezzo.<br />
Cosa dice un pettegolezzo? Cosa ha fatto quella persona. Perché lo ha fatto. Come è, in realtà. CHI È. Il pettegolezzo costruisce una immagine condivisa di una persona, ammantata di verità. Perché se te lo dico è vero, e se lo diciamo in due, e poi in tre, in cinque, è ancora più vero. E chi non ci crede è sciocco o cattivo: non capisce o ce l’ha con noi.<br />
C’è un grande gioco di potere nella frase “<em>lo sai che…”:</em> il potere di chi sa e decide a chi dire, e il potere di chi è stato scelto per sapere. Difficile sottrarsi all’ebbrezza di esercitarlo a propria volta, di scegliere anche noi qualcuno a cui dire “<em>sai cosa ho saputo?”</em> E il micidiale telegrafo senza fili continua a ticchettare e a fare le sue vittime.<br />
Facciamo vittime quando parliamo di un collega, di un paziente, di un genitore in modalità “sfogo”, senza badare troppo al peso delle parole. Senza pensare che quello sfogo sta diventando una informazione che da quel momento in poi circolerà, verrà modificata, arricchita, ingigantita, ma sempre timbrata come verità.<br />
In un libro che consiglio, <em>La disinformazione felice: a cosa servono le bufale,</em> Fabio Paglieri, esperto di scienze cognitive e di dinamiche della credenza, descrive con molti esempi storici il percorso che porta dal “<em>ma hai saputo che…”</em> alla convinzione condivisa che un fatto sia davvero accaduto. Sottolinea, anche, la differenza fra disinformazione – informazione falsa diffusa con lo specifico intento di ingannare, o di danneggiare qualcuno; e misinformazione &#8211; informazione imprecisa o non verificata che viene diffusa senza l&#8217;esplicita intenzione di ingannare. È questo che protegge il pettegolezzo dallo stigma che accompagna la calunnia: la convinzione di non star facendo nulla di male. Ma chi è stato vittima di pettegolezzo sa benissimo i danni che quell’innocuo “<em>hai saputo che…”</em> può provocare.<br />
Ci vuole un pensiero etico per tenere sotto controllo la tentazione del pettegolezzo, per non dire nulla che non abbiamo il diritto di dire. Degli altri, della loro vita, del loro modo di essere, non abbiamo il diritto di dire nulla. Se poi “gli altri” fanno parte della nostra realtà di lavoro, a questo si aggiunge un obbligo deontologico che impone che nessuno dei nostri comportamenti produca danni ad altri.<br />
Ma allora…  come facciamo a condividere le informazioni su un alunno, un paziente, una situazione problematica che bisognerebbe affrontare?<br />
La risposta è: la condivisione delle informazioni richiede spazi e regole precise. Cioè, deve essere circoscritta a situazioni formali (riunioni, incontri di gruppo) condotte con rigore e competenza. Se no, siamo come vicini di ombrellone. E le informazioni se ne vanno con il vento, chissà dove e come.</p>

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			<h1><strong>Il PESSISMISMO, L’UTOPIA E IL CORAGGIO DELL’ <em>ALMENO</em></strong></h1>
<p style="font-weight: 400;">Ascoltavo qualche settimana fa il podcast  <a href="https://www.ilpost.it/podcasts/wilson/%C2%A0">“Wilson”</a> del Post , riflessioni di Francesco Costa che danno sempre una bella scossa ai pensieri. Il titolo era stimolante e un po’ triste: “Quando la sinistra è diventata pessimista?”.   Mi veniva in mente un album di Giorgio Gaber del 2001, <em>La mia generazione ha perso</em>; una canzone in particolare, <a href="https://www.rockit.it/giorgiogaber/canzone/la-razza-in-estinzione/125601"><em>La razza in estinzione</em></a>.</p>
<p style="font-weight: 400;"> C’era già tutto. Delusione. Rimpianto per il passato. Perdita della speranza che qualcosa di migliore possa accadere. Amarezza e rassegnazione. E quindi pessimismo, che è la strada maestra verso il disimpegno, la deresponsabilizzazione, l’impotenza acquisita.<br />
Anche noi siamo diventati pessimisti?<br />
Al di là della classificazione destra/sinistra, il discorso di Costa mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che riguardano tutti noi che in un modo o nell’altro abbiamo scelto mestieri che non possono fare a meno della speranza in qualcosa di migliore: migliore salute, migliore giustizia, migliore aiuto, migliore educazione. Ma migliore di cosa?<br />
Il primo aspetto su cui dobbiamo riflettere è il confronto: <em>migliore</em>, ci insegna la grammatica, è un aggettivo comparativo. Prevede una misurazione, un confronto che permetta di individuare un “più” e un “meno”, un meglio e un peggio.</p>
<p style="font-weight: 400;">La nostra mente lineare basa i confronti fra un “prima” e un “dopo”. Ed è questo, dice Costa, che rende difficile oggi l’ottimismo degli anni 60/70: perché almeno noi, nati nella parte fortunata del pianeta, abbiamo accumulato esperienze di miglioramenti mai sperimentate prima dall’umanità, nelle cure, nelle condizioni di vita, nella diffusione della cultura. Partiamo da un livello che si presta più alla percezione dei peggioramenti che a quella dei miglioramenti. E rischiamo il peggiore degli atteggiamenti nostalgici e conservatori: il rimpianto di un passato idealizzato, che non tornerà ma forse sarebbe bello che tornasse (<em>i genitori di una volta, gli insegnanti di una volta, i politici di una volta</em>…).<br />
Il secondo aspetto è quella che Watzlawick definiva “la sindrome da utopia”. Per spiegarla mi faccio aiutare ancora dalla grammatica: <em>migliore</em> può anche essere un superlativo. È questo che può fermare lo slancio e l’impegno verso il cambiamento: spostare sempre più avanti il traguardo del “<em>meglio</em>” rende insignificante “<em>un po’ meglio</em>”. Anche perché quel meglio assoluto richiederebbe che diventassero meglio anche tutti gli altri, i colleghi, i formatori dei colleghi, i dirigenti, gli amministratori, i politici, gli elettori dei politici, gli insegnanti e i genitori che educano i futuri elettori dei politici che sceglieranno i dirigenti e gli amministratori che emaneranno direttive che impediranno a noi e ai colleghi di raggiungere quel meglio. Lo so che sembra la filastrocca della Fiera dell’est, ma la sindrome da utopia ha questo effetto ipnotico che alla fine diventa paralizzante: a che serve che io faccia qualcosa, cosa cambia, se intanto tutti quegli altri non si stanno muovendo nella stessa direzione, anzi sembra proprio che remino in direzione opposta? Che ci posso fare, io?<br />
<em>Che ci posso fare</em> è il peggiore pensiero, il peggiore alibi che possiamo usare. L’antidoto a quel pensiero, che cova in ciascuno di noi, per stanchezza, per delusione, per frustrazione, è quella che Goffredo Fofi, un personaggio insostituibile della cultura italiana scomparso da poco, mi ha insegnato a definire “etica laica”. È un’etica della responsabilità personale, ma anche del rispetto per il lavoro che facciamo e per l’impegno che ci mettiamo, indipendentemente dalla portata dei risultati. Poggia sulla parola “almeno”, e non prevede il confronto con quello che fanno (o non fanno) gli altri. Ognuno di noi dovrebbe poter dire, del proprio lavoro: almeno io ho ascoltato quella persona; almeno io ho cercato di essere accogliente, di non giudicare, di non accontentarmi della prima impressione. Almeno io ho fatto sentire quel paziente visto, riconosciuto, creduto. Almeno io cerco di comportarmi sempre  in modo corretto, rigoroso. Etico.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>L’almeno</em> richiede il coraggio di non aspettare che siano gli altri a fare. E visto che in questa newsletter ho abbondato in riferimenti musicali, ne aggiungo uno conclusivo, molto pop: il tormentone malizioso di Raffaella Carrà <em>A far l’amore comincia tu</em>. Trasformato in “<em>a fare il tuo meglio comincia tu</em>”.<br />
Buon coraggio dell’”almeno” in questa ripresa post estiva. Restiamo connessi, che l’autunno porti buoni frutti.</p>

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			<h1></h1>
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<tbody>
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<h1 style="font-weight: 400;">CHI HA COMINCIATO?</h1>
<p>VERITÀ NARRATIVE E RICERCA DEL “VERO” COLPEVOLE<strong><br />
</strong></p>
<p class="mcePastedContent last-child">È stato lui! Non è colpa mia, sono loro che…<br />
Chi ha a che fare con le interazioni fra bambini conosce bene questa sequenza: ne bastano due, di bambini, e alla prima lite il copione parte in automatico. Scuse, accuse. Accuse, soprattutto: ai “veri” colpevoli, e poi, in un allargamento del conflitto, accuse esacerbate all’incauto adulto che cerca di mettere ordine fra narrazioni discordanti, nella vana speranza di ricostruire una verità buona e giusta: “Sei sempre dalla sua parte”, “Vedi? Dai sempre la colpa a me. Sei ingiusto! È lui che ha cominciato!”<br />
Parliamo di bambini? Il gioco sterile del “chi ha cominciato” imperversa anche fra adulti e più che adulti, in un “libro dei conti” che si estende ad anni, decenni precedenti, ricco di ricordi consolidati in certezze, e di smentite altrettanto inconfutabili. Al centro di tutto, due obiettivi impossibili: ricostruire narrazioni VERE, e decidere cosa è GIUSTO fare.<br />
Se è vero che Gigi ha distrutto il castello di sabbia di Mario, è giusto che Mario lo riempia di botte? Fino a che punto? E che cerchi di affogarlo? È troppo? Ma in fondo, è Gigi che ha cominciato.  O forse no, magari Mario ha costruito il suo castello di sabbia dopo aver demolito il castello di Gigi, ma… Di chi era la spiaggia? Forse dei genitori di Mario? Forse dei nonni di Gigi?<br />
Sono gli inconvenienti di una realtà lineare, in cui ogni cosa è preceduta da qualche altra cosa, e il “prima” e il “dopo” sembrano raccontare una storia di cause ed effetti, di colpe imperdonabili e di legittimi diritti di vendetta.<br />
Anche l’intervento pacificatore degli adulti ha un potere limitato: la richiesta, che in genere viene subito dopo un urlaccio e un definitivo “adesso basta!”, è: “chiedi scusa”.<br />
Faccio una riflessione sintattico/grammaticale sulla parola risolutrice “scusa”: avete mai pensato che si tratta di un imperativo? Cioè che in pratica stiamo intimando all’altro di scusarci? Dopo avergli calpestato il castello di sabbia, o nel caso di una coppia, dopo averlo tradito, o dopo avergli dato un paio di sberle? Quasi sempre, poi, la parola “scusa” è seguita da un “ma…”. Scusa ma non l’ho fatto apposta. Scusa ma anche tu quella volta… Scusa ma mi hai proprio fatto arrabbiare. E adesso che l’ho detto, che ho fatto la mia parte, tu dovresti fare la tua; cioè, scusarmi e andare oltre. Fino al prossimo castello distrutto. Fino alla prossima sberla.<br />
C’è un motto, attribuito di volta in volta alla regina Vittoria o Benjamin Disraeli, e in genere alla famiglia reale inglese, che dice <em>never complain, never explain</em>: mai lagnarsi, mai cercare di spiegarsi (giustificarsi). Non è, come può sembrare, un atteggiamento di supponente superiorità. Ha a che fare invece con il coraggio di assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Di ammettere di avere causato un danno. Che differenza di classe, e di autorevolezza, rispetto alle patetiche accuse e controaccuse, alle ricostruzioni “storiche” che partono sempre dalle nefandezze compiute dall’altro, ai libri dei conti truccati, dove azioni e reazioni si pesano con bilance differenti, e le azioni che si rimproverano all’altro pesano sempre molto, molto di più di ciò che abbiamo fatto noi.<br />
Stavamo parlando di bambini? Sì. Forse.  O forse non solo: se parliamo di adulti, e anche di adulti che parlano di giustizia ai bambini, dovremmo imparare a rinunciare, come insegna Gustavo Zagrebvelsky (La<strong> </strong>virtù del dubbio. Intervista su etica e diritto, a cura di G. Preterossi, Laterza 2007) a un’idea di giustizia assoluta e di verità oggettiva, e impegnarsi invece per una giustizia pratica; che, tornando alle liti fra bambini (ma forse non stiamo parlando soltanto di quelle…) deve essere una giustizia riparativa, un’azione che dia modo a entrambi di riparare i danni e uscire dal circuito senza speranza vittima/colpevole, in cui la vittima per non sentirsi vittima non può che trasformarsi in carnefice; lagnandosi per i danni subiti e giustificando ad oltranza i danni e le ferite che provoca.</p>
</td>
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			<h1></h1>
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<tbody>
<tr>
<td>
<h1 class="last-child">LA NATURA, LA LEGGE, LA LIBERTÀ</h1>
<p style="font-weight: 400;">Lo dice la natura stessa.</p>
<p style="font-weight: 400;">È la frase lapidaria con cui si cerca di ostacolare e condannare ogni velleità di cambiamento: non si può fare, non è <em>naturale</em>. È la frase con cui le donne sono state escluse per secoli dalle professioni “maschili”. La stessa con cui i padri che partecipavano alla cura dei bambini sono stati oggetto di critiche e derisione, etichettati con il termine “mammo”: un ibrido maschio/femmina, sbagliato, innaturale. Quella con cui si santifica come “naturale” il dolore, si nega il diritto di porre fine a una vita che è soltanto strazio. Voler morire, aiutare qualcuno a morire, non è naturale</p>
<p style="font-weight: 400;">La natura detta legge: la famiglia è fatta da un maschio e da una femmina, è la legge della natura. Il posto delle donne è in casa, ad allevare i figli. Legge della natura. I maschi sono fatti per comandare le donne, fa parte della loro natura. Partorire con dolore, consumare la vita fino alla fine nel dolore è naturale, dobbiamo accettarlo.<br />
Ma dove l’ha scritta questa legge, la natura?  Be’, non è proprio una legge scritta, ma c’è qualcosa di inconfutabile che permette di dire “è legge”, che mette fine a ogni discussione: “si è sempre fatto così”. Da che mondo è mondo.<br />
Il linguaggio colloquiale è denso di questi modi di dire che contengono una indicazione inconfutabile: cambiare, voler cambiare, è sbagliato.<br />
Se poi la legge della natura diventa legge e basta, voler cambiare non è solo sbagliato: è vietato. Ma bisogna esserne contenti, perché la legge non fa altro che difendere la natura. Dove andremmo a finire, altrimenti? In un mondo al contrario?</p>
<p style="font-weight: 400;">È uscito da poco in italiano un libro molto documentato di un’antropologa statunitense, Sarah Blaffer Hrdy (Il tempo dei padri: l’istinto maschile nella cura dei figli, Bollati Boringhieri) che mette in discussione in modo scientifico e documentato uno dei capisaldi della legge della natura: il maschio della specie fuori dalle nursery, o se preferite dalla tana, intento a fare cose da maschio, la femmina tutta dedita al suo compito di nutrice/accuditrice. Parla di tribù lontane, parla di colonie animali e di scimmie, ma parla anche delle modificazioni a cui ha assistito nei comportamenti degli esseri umani nei confronti della genitorialità. Parla di diversità, parla di cambiamenti.<br />
Cosa dovremmo dedurne? Che la natura non si è presa la briga di ingabbiare i comportamenti in leggi immodificabili: il suo solo scopo è la conservazione della specie, e ogni specie adatta i comportamenti alle condizioni di vita per garantire la migliore sopravvivenza possibile alle nuove generazioni. La natura è aperta al cambiamento!<br />
La legge umana è assai meno possibilista: mette paletti, separa quello che è consentito fare da quello che è vietato, illegale, punibile. Il corto circuito paradossale si crea quando a convalida della legge umana si invoca la natura. Il “da che mondo è mondo”. Il “si è sempre fatto così”.<br />
Il punto di inciampo è il cambiamento. La libertà del cambiamento. Che la natura prevede, perché la sopravvivenza richiede adattamento alle modificazioni dell’ambiente, mentre le leggi umane si muovono sempre a rilento, quando non in direzione ostinata e contraria. La realtà si modifica; le esigenze si modificano; gli strumenti con cui gli esseri umani garantiscono la sopravvivenza alla specie si modificano, evolvono, rendono possibili nuovi modi di vivere. Ma la legge occhiuta è lì per decidere, non si sa a nome di chi, quanto cambiamento consentire.<br />
Attenzione, perché il cambiamento sembra non essere consentito né in avanti né all’indietro: si è sempre fatto così va bene quando va bene; ma voler tornare a come si faceva prima, ad esempio vivere in un bosco senza elettricità e senza acqua corrente, non va bene. Chi ha mai visto! Non siamo mica nel medioevo.<br />
Non intendo entrare nel merito della nota vicenda. La mia riflessione riguarda il cambiamento e gli ostacoli che incontra. È una riflessione chiave, per chi cerca di mantenere e sviluppare un pensiero sistemico, e non si conclude con queste righe. Quello che voglio ricordare, all’inizio di un mese che richiama tradizioni e ricordi di “come era una volta”, è che la libertà è cambiamento, e il cambiamento è libertà. Da realizzare con la saggezza che ci suggerisce Bateson: con rigore e con immaginazione.<br />
Buon dicembre da vivere ciascuno a suo modo.</p>
</td>
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			<h1></h1>
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<h1 class="last-child">IL VECCHIO E IL NUOVO</h1>
<p style="font-weight: 400;">Primo gennaio.<br />
Perché festeggiamo il primo giorno di gennaio? Perché molti di noi hanno aspettato la mezzanotte del 31, ciascuno a suo modo, per poi esultare per uno scatto della lancetta dell’orologio, che ha sancito che sì, veramente, è iniziato un nuovo anno? E pensare che quello scatto della lancetta avviene ogni giorno, a mezzanotte, senza suscitare particolari entusiasmi.<br />
È quell’aggettivo, <em>nuovo</em>, che dà un sapore speciale al primo giorno dell’anno. Del <em>nuovo</em> anno. Perché, in questo caso, nuovo è bello.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non è sempre così. Molto spesso ciò che è nuovo suscita paura, diffidenza, senso di incertezza: non è più rassicurante restare fermi in ciò che si conosce, in ciò che si è sempre fatto? Evitare l’incertezza di ciò che non si conosce?</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando qualche settimana fa abbiamo pensato alla parola guida per gli auguri di CHANGE per il nuovo anno, abbiamo scelto la parola <em>equilibrio</em>. Sembra un ossimoro, l’accostamento della parola equilibrio alla parola CHANGE, cambiamento. Non è così: solo l’equilibrio permette di sfidare l’immobilità e osare il cambiamento. Per non restare fermi occorre sfidare il disequilibrio, accettare il rischio del passo in avanti.<br />
Equilibrio non significa neppure neutralità, cauta moderazione, quello che i torinesi esprimono così bene nella frase “<em>esageruma nen</em>”. Per attraversare la vita con equilibrio ci vuole passione: una direzione, un sogno. Non si resta in equilibrio guardando indietro, o in basso: bisogna guardare avanti.<br />
Che cosa può dare, o restituire, la passione per qualcosa di nuovo da cercare, da creare, da conquistare, da condividere? A noi, adulti o anziani, e soprattutto ai più giovani, ai quali stiamo rischiando di lasciare un mondo di passioni tristi, di egoismo, di obiettivi sterili?</p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una frase che ha risuonato troppo in questo anno, una frase apparentemente innocua, ma violentissima nella sua rozza semplificazione; scritta, gridata, lanciata come una maledizione, come una condanna. ANDATE A LAVORARE!</p>
<p style="font-weight: 400;">Urlata contro chi è partito con la flottilla; contro le persone che manifestano la loro solidarietà a chi è perseguitato, aggredito, cacciato dalla propria terra; contro i ragazzi che rivendicano spazi di cultura libera.<br />
Perché quella frase, ANDATE A LAVORARE, mi colpisce e mi disturba? Perché è l’espressione di una visione della vita oscura, priva di luce, o illuminata soltanto dalle luci fittizie del consumo, o del profitto. Lavorare, produrre, consumare, lucrare se possibile sul lavoro di altri. Studiare, anche, ma per trovare un lavoro serio, che permetta di consumare e se possibile lucrare sul lavoro di altri.<br />
È questo che mi colpisce: l’esaltazione di un modello di vita “dalle 9 alle 18”, individualistico o familistico, in cui tutto quello che è passione, impegno, pensiero, è superfluo, anzi pericoloso, se non è monetizzato.<br />
Mi è tornata in mente una canzone degli anni ’60. Si chiama Little boxes, Piccole scatole, e descrive con umorismo e amarezza un mondo in cui tutti vivono chiusi nelle loro piccole scatole, scuole, auto, case. Senza passioni. Senza sogni.<br />
La <a href="https://www.youtube.com/watch?v=lvoLCpRfAIo">condivido con tutte e tutti voi come augurio</a> di un anno di sogni e di passioni, fuori dalle rassicuranti piccole scatole dei nostri egoismi. Non andiamo SOLO a lavorare: andiamo nelle piazze, nei luoghi di condivisione, facciamo musica, cultura, politica sana e coraggiosa. Buon 2026 di coraggioso equilibrio nel cambiamento.</p>
</td>
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			<h1 style="font-weight: 400;">DUE O TRE COSE CHE HO CAPITO (FORSE) SU AI e su cosa succede quando incontra il nostro cervello</h1>
<p style="font-weight: 400;">Premessa: se pensate che capirete qualcosa dell’intelligenza artificiale da questo articolo, devo deludervi. Meglio che chiediate a Chatgpt.<br />
Comunque. La prima cosa che ho capito è che, almeno in Italia, l’intelligenza artificiale è divisiva. Che ci vogliamo fare, ci siamo portati: va bene, benissimo; va male, malissimo.  O anche: è di destra o di sinistra, come diceva Gaber, dal minestrone alla doccia. Parlate di Ai e sentirete subito entusiasmo o disprezzo, adesione o sospettoso distanziamento (ah, io… non mi fido! Non fa per me!), fino al complottismo spinto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci si avvicina all’AI per motivi diversi. Io l’ho fatto per evitare di perdere nottate intere nella ricerca di un’immagine che rendesse bene un concetto che avevo in mente, e che non trovavo nelle banche immagini. Poi per cercare velocemente la fonte di una citazione, o una bibliografia. E ho scoperto che veloce è comodo. Al nostro cervello piace.<br />
E questa è un’altra cosa che ho capito(forse): che velocità e verità non sono sinonimi.  Ma il nostro cervello non lo sa, e in automatico, ammirato e sorpreso dalla velocità della risposta, se la beve tutta, per così dire.</p>
<p style="font-weight: 400;">AI è un pezzo di ferro. Così ci ha detto il nostro insegnante in un corso di upgrade tecnologico. Tanti, tantissimi pezzi di ferro pieni di dati, 0100110, roba così. I dati sono nostri; umani, voglio dire. L’altra cosa che ho capito è che AI non può inventare dal nulla. Però può connettere: velocemente, molto velocemente, e anche in modo creativo se glie lo chiedi: ma creativo a modo suo, cioè partendo da quello che sa. Che le abbiamo insegnato.<br />
Quello che sa è tanto, tantissimo; inimmaginabile. Talmente tanto che la quantità di informazioni che sforna in un attimo ti affascina. Tante, ben organizzate, ordinate per livelli di approfondimento… Ohhhh!<br />
Ed ecco che succede una cosa: come di fronte a una pasticceria, o in un all you can eat, tutta quella roba ti sembra tutta buona. E il tuo livello di pensiero critico si abbassa. Quello che succede è che le connessioni veloci di AI attivano i nostri pensieri veloci (<em>Pensieri lenti e veloci</em> &#8211; titolo originale Thinking, Fast and Slow:  è un saggio scritto nel 2011 da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Kahneman">Daniel Kahneman</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Nobel_per_l'economia">Premio Nobel per l&#8217;economia</a> nel <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/2002">2002</a>.Da leggere e rileggere) e portano, o almeno rischiano di portare, dalla fastidiosa  incertezza che ci ha spinti a lanciare una ricerca su chatgpt, a una appagata certezza.<br />
Ci sono imprecisioni piccole e imprecisioni grandi, in ogni risposta di AI. AI lo sa e non si offende se glie le facciamo notare: una volta glie l’ho chiesto, e mi ha risposto che no, non si offende, “perché non ho un ego da proteggere” ha scritto. Ma ha altre caratteristiche che la rendono simil umana. Per esempio, adora compiacere l’interlocutore. E anche questa caratteristica può creare una pericolosa collusione con il nostro bisogno, profondamente umano, di sentirci dare ragione: se AI dice cose che condivido, sono sempre più certo di avere ragione. Se insieme alle cose che condivido ne dice altre che le confermano, saranno vere anche quelle.<br />
Di cosa stiamo parlando? Di funzionamento del nostro cervello. Di euristiche. Di pensiero critico. E di cambiamenti di ritmo.<br />
La cosa che ho capito (forse) è che AI serve moltissimo. Ma non a risparmiare tempo, o almeno non solo. Perché poi, in un modo o nell’altro, dobbiamo rallentare, attivare il pensiero lento, verificare. Cercare le fonti.<br />
Uno degli effetti più immediati, da quando uso più regolarmente AI, è che il numero di libri nella mia biblioteca cartacea ed elettronica è in crescita esponenziale. E che per scrivere un articolo ed esserne soddisfatta ci metto molto più tempo.</p>
<p style="font-weight: 400;">PS: ho chiesto a chatgpt una analisi onesta e non compiacente dell’articolo. In sintesi: le è piaciuto. Dice che è critico e creativo. Ci ho sentito una leggera invidia…</p>

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			<h1 style="font-weight: 400;"><strong>DECIDERE, OVVERO TAGLIARE PER CRESCERE</strong></h1>
<p style="font-weight: 400;">È uscita da qualche giorno la riedizione di un fondamentale e troppo poco noto libro di Motterlini e Crupi, “Decisioni mediche: un punto di vista cognitivo”  (Raffaello Cortina)<br />
Non è un libro che interessa solo i medici: basta leggere alcuni titoli di capitoli per accorgersi che la faccenda interessa tutti noi: “Trafficare con l’incertezza”, “L’illusione di sapere”; “Guadagni, perdite e punti di vista”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutto gira intorno a una inquietante verità: la razionalità come guida sicura delle decisioni è una grande illusione. Verità che se ne porta dietro altre, altrettanto inquietanti: in realtà, le emozioni guidano le nostre decisioni assai più della razionalità. E, tenetevi forte, niente può rendere prevedibile il futuro, e niente può proteggerci dall’incertezza.<br />
Chi cerca aiuto da uno psicoterapeuta, o da un counselor, rischia di trascinare il professionista inesperto (o troppo empatico?), nella vertigine della ricerca di strategie per arrivare alla decisione giusta. A differenza delle decisioni mediche, che si aprono spesso a opzioni di cura diverse fra cui scegliere “in scienza e coscienza”, le decisioni della vita quotidiana sono quasi sempre binarie: lo/la lascio o non lo/la lascio? Accetto o non accetto quella proposta, quel lavoro? Faccio un figlio oppure no?</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel tentativo di trasformare la decisione in un calcolo ben ponderato, che ci permetterà di valutare in modo saggio e accurato vantaggi e svantaggi, guadagni e perdite, per poi arrivare a una scelta ragionevole e quindi buona, dimentichiamo che la decisione comporta – lo dice la parola stessa, come ripeteva un comico di parecchi anni fa – una <em>cesione</em>, un taglio: letteralmente, <em>de &#8211; caedĕre</em>, tagliare via. Rinunciare a ciò che non si sceglie, a quella strada, a quell’opzione, che abbiamo deciso di considerare meno opportuna, meno adatta a noi di quell’altra: quell’offerta di lavoro; quell’ultima possibilità della nostra relazione di coppia; quel figlio che non faremo, o la libertà che rimpiangeremo se avremo deciso di averlo.<br />
Già: il rimpianto. Quello che blocca il nostro pensiero razionale nel momento in cui sembra configurarsi la scelta più ragionevole, più vantaggiosa, è un’emozione primordiale: il rifiuto della perdita, la paura di scoprire, un giorno, che quello che abbiamo tagliato via era in realtà il ramo più vivo, quello che avrebbe dato i fiori e i frutti più belli.</p>
<p style="font-weight: 400;">Accompagnare le persone nelle decisioni richiede un po’ di lavoro filosofico; perché si parla di tempo, di incertezza, di errori, e di bisogni profondamente umani, come il bisogno di tenere sotto controllo l’incertezza, e il futuro in cui l’incertezza abita indisturbata. Io credo che l’etimologia aiuti: perché quella parola così minacciosa, così apparentemente crudele, chirurgica, <em>caedĕre</em>, tagliare via, è anche il segreto della vita. Cresciamo tagliando, come le piante in primavera, come il neonato separato dalla madre dopo il parto, come la barca incagliata che riprende a navigare tagliando la catena dell’ancora. Mi sono sorpresa vedendo lo stupore di una giovane (e colta) paziente quando le ho detto questa cosa così semplice: per decidere bisogna lasciare indietro qualcosa. E imparare a non rimpiangerlo, perché ogni decisione prende forma in un momento che non tornerà più, che non possiamo ricostruire, e quindi neppure valutare sulla base di ciò che è accaduto dopo. Possiamo solo chiedere a noi stessi di decidere usando rigore e immaginazione, consapevolezza e coraggio, per continuare la strada verso il futuro con leggerezza e fiducia.</p>

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			<h3><strong>CUORI, BOSCHI, VERITÀ E COLPEVOLI</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le vicende che coinvolgono i bambini sono sempre una grande occasione per agitare le coscienze e il desiderio di giustizia. Già perché i bambini non si toccano (salvo precisazioni tipo “definisci bambino” …), i figli <em>so’ piezz’e core</em> e via discorrendo. I bambini non dovrebbero soffrire. I bambini non dovrebbero morire. Se succede, cerchiamo il colpevole e invochiamo pene esemplari, così le nostre coscienze si placano; fino al prossimo bambino, fino al prossimo caso su cui indignarsi.<br />
In realtà i bambini soffrono. I bambini muoiono. È inevitabile, perché vivono nel nostro mondo, quello in cui si soffre, si muore, e si fanno soffrire e morire altri. Chi è il colpevole? Oltre, ovviamente, ai genitori, colpevoli a priori di tutto ciò che va storto nella crescita di un figlio?<br />
Ci sono due mestieri che più di altri si prestano alla ricerca del colpevole: quello del medico, e quello del giudice. Si parte da un presupposto palesemente assurdo, ma la cui assurdità sfuma travolta dall’indignazione: loro non possono sbagliare. Non devono. Se si tratta di bambini, poi… E se sbagliano, devono pagare.</p>
<p>La ricerca dei colpevoli implica sempre un percorso accidentato, assai meno lineare di quanto le logiche semplificatorie dei giustizieri da bar e da tastiera riescano a concepire: quella della ricerca della verità.  Gianrico Carofiglio, scrittore e ex magistrato, ha scritto moltissimo su questo tema <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e varrebbe la pena leggerlo e riflettere su una “verità” scomoda e inquietante: la verità pura, luminosa e inconfutabile, non esiste.<br />
Non esiste un ricordo<em> “vero”,</em> nemmeno se ci sforziamo con noi stessi di ricordare eventi e situazioni nel modo più oggettivo possibile.<br />
Non esiste una <em>verità narrativa</em>, perché l’atto stesso del raccontare evoca, scarta, seleziona, omette, e poi mescola ricordi, e pensieri sui ricordi, in una “verità” sempre un po’ diversa da quella precedente. Nella quale c’è anche, più o meno consapevole, la scelta di non dire qualcosa, di nascondere, di giustificarsi.<br />
E non esiste una incontrovertibile <em>verità processuale</em>, un percorso di ricerca della verità che si concluda con un giudizio certamente e solamente vero, equo e inattaccabile a successive verifiche.<br />
Quando si verifica un errore medico, la ricerca del “vero” colpevole non restituisce la vita o la salute a chi l’ha persa, né un figlio ai suoi genitori. Nel frattempo, il linciaggio a priori che precede il giudizio distrugge un professionista che di vite potrebbe salvarne, e spesso ne ha salvate, molte altre. Quello che bisogna chiedere, pretendere, al di là della punizione di un colpevole, è la più rigorosa e approfondita ricerca di <em>ciò che ha reso possibile</em> quell’errore: perché in azioni così complesse, così articolate, così dense di passaggi, azioni, decisioni, solo scoprire le falle nella catena operativa sarà utile per evitare che accada ancora, e forse dare un po’ di pace a chi ha visto morire una persona cara.<br />
E l’errore dei giudici? La galleria dei giudici colpevoli, recentemente strillata in modo imbarazzante, comprende due grandi categorie di infami: i giudici che hanno condannato qualcuno che, magari anni dopo e in base nuove prove, è risultato innocente (o <em>forse</em> innocente); e quelli che <em>NON </em>hanno condannato persone che la convinzione, o la pancia, dei giudici di strada considera colpevoli. Colpevoli, insieme ai giudici, anche tutti coloro che hanno contribuito alla ricerca dell’unica verità possibile, quella basata su testimonianze, perizie e documentazioni: ed ecco che il catalogo dei mostri si arricchisce di avvocati e assistenti sociali, psicologi e periti vari.<br />
Ammettere che la verità assoluta non esiste è difficile. Ammettere che gli errori sono possibili è ancora più difficile, specie se l’errore provoca sofferenza, se devasta vite e futuro. Ma il fatto è che l’unica strada che consentirebbe di non fare errori è non agire: e un giudice, o un medico, non possono percorrerla. Così, potrà succedere che un medico sbagli, e il giudice sbagli e lo giudichi non colpevole. O che un medico NON sbagli, e un giudice sbagli e lo giudichi colpevole. Insomma, l’infallibilità, come la verità, non esiste nel mondo umano. Quello a cui dobbiamo aspirare, è la maggior giustizia POSSIBILE: quella definita da leggi precise, indicate e quando necessario corrette da chi di legge si occupa per ruolo e per competenza. Non dai politici, e non dai passanti, in ogni caso.  Non da chi basa la “giustizia” su assunti discutibili come “i bambini sono dei genitori”, o “chi sbaglia paga”, e invoca il carcere per i nemici e la libertà per gli amici.<br />
Chiudo con un ricordo di Bianca Guidetti Serra, partigiana, avvocata, politica, pioniera nella difesa dei più deboli: le donne, i bambini, gli emarginati. Anni fa le chiesi, in un’intervista su un caso di cronaca legato a una adozione risultata illegale, quanto fosse giusto decidere per legge chi e come può adottare un figlio. La risposta fu di quelle che non si dimenticano: “prima, senza nessuna legge che regolasse il chi e il come, pensi che fosse meglio per i bambini?”. Parlava di bambini (bambine soprattutto) adottati per scopi tutt’altro che genitoriali. Parlava di limiti. Una grande lezione per chi parla a vanvera di boschi e di libertà: senza un limite all’azione dei grandi i bambini sono in pericolo. Terribilmente in pericolo. E il limite non possono essere che le leggi pensate per proteggerli dalla totale libertà di azione degli adulti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Carofiglio G, L’arte del dubbio, Sellerio 2007</p>

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		<title>Parlare con i bambini in contesti di cura</title>
		<link>https://istitutochange.it/parlare-con-i-bambini-in-contesti-di-cura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 14:16:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Parlare con i bambini in contesti di cura</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img decoding="async" width="964" height="642" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2026/03/bb.png" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2026/03/bb.png 964w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2026/03/bb-300x200.png 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2026/03/bb-768x511.png 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2026/03/bb-600x400.png 600w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" />
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<p style="font-weight: 400;">La comunicazione del professionista sanitario con genitori e bambini</p>
<p style="font-weight: 400;">Parlare della salute dei bambini con i genitori non è facile: l’idea di salute della famiglia si basa su convinzioni, abitudini, valori che provengono dalla storia famigliare, dalla cultura di appartenenza, e sempre di più su informazioni raccolte in rete, e più o meno consapevolmente selezionate in modo da confermare quelle convinzioni e quei valori.<br />
Le cose diventano più impegnative quando è presente il bambino: cioè praticamente sempre, quando si parla di un suo sintomo, di una cura, di una decisione sulla sua salute. Si parla di lui, ma non sempre <em>con </em>lui.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il corso <strong>Parlare con i bambini nei contesti di cura</strong> risponde alle richieste di pediatri, riabilitatori, infermieri, educatori che chiedono:<br />
“È giusto coinvolgere il bambino in argomenti che forse non capisce, e sui quali non ha un vero potere decisionale? E a partire da quale età?”.<br />
La risposta è sì: è giusto, e irrinunciabile, fin dai primi mesi di vita; ovviamente con modalità e obiettivi diversi se pensiamo alla fase preverbale (0-2 anni) e alle diverse fasi di sviluppo del linguaggio e del pensiero astratto negli anni successivi, fino all’adolescenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Parlare con i genitori e con il bambino configura uno schema di comunicazione triangolare, che il professionista deve saper gestire garantendo e preservando lo spazio di comunicazione diretta fra lui e il bambino senza escludere il /i genitori; costruendo domande appropriate e rispondendo alle domande del bambino con un linguaggio adatto all’età e alle specifiche caratteristiche di quel bambino.<br />
Imparare a farlo permette di sostenere e rafforzare la relazione di cura fra genitori e bambino rispettandone le caratteristiche, e di gestire con competenza i momenti in cui sono necessarie modificazioni nelle modalità con cui la famiglia gestisce la salute del bambino: stile di vita, alimentazione, uso di farmaci e rimedi, vaccinazioni ecc.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il corso prevede 5 webinar di 3 ore ciascuno, fruibili in modalità sincrona e/o asincrona: la registrazione degli incontri sarà disponibile per tutti gli iscritti, anche se non partecipano alla lezione in diretta.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il corso è collegato all’ebook Il counseling nell’intervento di cura con i genitori e con i bambini, <strong>accreditato con 20 crediti ECM</strong>, che gli iscritti potranno scaricare gratuitamente dal sito <a href="http://www.ebookecm.it">www.ebookecm.it</a><a href="http://www.ebookecm.it/">.</a></p>
<p style="font-weight: 400;">Il <a href="https://istitutochange.it/corso/parlare-con-i-bambini-in-contesti-di-cura/">programma</a> e le modalità di iscrizione.</p>
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		<title>Nuove paternità: una “crisi” del modello maschile?</title>
		<link>https://istitutochange.it/nuove-paternita-una-crisi-del-modello-maschile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Nuove paternità: una “crisi” del modello maschile?</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="2560" height="1707" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-scaled.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-scaled.jpeg 2560w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-300x200.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-1024x683.jpeg 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-768x512.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-1536x1024.jpeg 1536w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-2048x1365.jpeg 2048w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/paternita-2-600x400.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px" />
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<p style="font-weight: 400;">E’ il tema dell’articolo di Silvana Quadrino pubblicato nel n.33 della rivista &#8220;Riflessioni Sistemiche&#8221; diretta da Sergio Boria, dedicato al tema della crisi, in tutte le sue forme e in tutte le sue implicazioni. Si può leggere il numero della rivista &#8220;Attraversando la Crisi:  contesti, problemi e possibili soluzioni&#8221; <a href="https://www.aiems.eu/pubblicazioni/rs_collezione">qui</a>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Crisi come cambiamento, e come ricerca di nuovi modelli e di nuovi equilibri, che va esplorato con sguardo sistemico per evitare semplificazioni rozze, letture lineari e idealizzazione di un passato “migliore”</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel caso della paternità, scrive l’autrice nell’introduzione all’articolo, &#8221; il modello genitoriale maschile è cambiato profondamente negli ultimi 50 anni: molti padri hanno sperimentato la relazione di accudimento dei figli, e quell’esperienza ha prodotto modificazioni inaspettate anche nel cervello maschile, rendendo i padri più sensibili e più emotivamente responsivi. Un cambiamento che non avviene senza difficoltà, ma che potrebbe migliorare anche la relazione fra maschile e femminile nella società di domani”</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.aiems.eu/pubblicazioni/rs_collezione/rs33/rs33_13_quadrino">Qui</a> l’articolo completo.</p>
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		<title>Educazione affettiva al maschile. Silvana Quadrino ne parla a Condirsi.</title>
		<link>https://istitutochange.it/educazione-affettiva-al-maschile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 09:58:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/educazione-affettiva-al-maschile/">Educazione affettiva al maschile. Silvana Quadrino ne parla a Condirsi.</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Educazione affettiva al maschile. Silvana Quadrino ne parla a Condirsi.</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="2560" height="1440" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-scaled.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-scaled.jpeg 2560w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-300x169.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-1024x576.jpeg 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-768x432.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-1536x864.jpeg 1536w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-2048x1152.jpeg 2048w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/ed-aff-masch-2-600x338.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px" />
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			<div><strong style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">Come un nuovo modello di paternità può modificare, in meglio , le relazioni fra uomini e donne.</strong></div>
<div>
<p><em>C’era una volta il patriarcato, che brutta cosa!<br />
C’era una volta, e purtroppo c’è ancora, il femminismo, che brutta cosa!<br />
Era meglio prima, quando le donne stavano al loro posto e zitte.<br />
E no, adesso tocca a noi  dire a voi di stare al vostro posto.</em></p>
<p>Ma quale è il posto giusto? Chi lo decide? Come si ottiene che l’altro, l’altra, stia al suo posto? Si sta radicalizzando una narrazione basata sulla contrapposizione e sulla rivendicazione, che dà frutti velenosi: maschi, anche giovanissimi, che rivendicano il diritto di “volere” una ragazza e di averla, che aderiscono a gruppi come gli incel, celibi involontari, e condividono progetti di punizione delle donne (definite NP, Non Persone) che li rifiutano. E donne, ragazze, che sconfessano quello che credono sia il femminismo rivendicando il proprio diritto ad essere seduttive, e sfruttare il proprio potere sessuale per  ottenere ciò che desiderano dagli uomini. Se sono bella, sostiene una <em>influencer</em>, che bisogno ho di essere femminista?</p>
<p>In questo panorama, non rassicurante, compaiono però personaggi nuovi e inattesi: sono i “nuovi papà”, maschi/padri che scoprono tutte le sfumature di una relazione con i figli basata sull’accudimento, sulla tenerezza, sul contatto emotivo. I nuovi papà propongono un modello di relazione fra i due adulti della famiglia basato sulla condivisione e sull’accoglienza reciproca, in cui il papà non “aiuta” la mamma, ma “fa” il padre e il compagno di vita; in cui il padre è consapevole di rappresentare, per i suoi figli e per le sue figlie, un modello di relazione fra lui e la madre, fra maschile e femminile, di cui si sente responsabile.</p>
<p>Il resto dell’intervento è disponibile sul sito di &#8220;<a href="https://www.condirsi.it/cene/educazione-affettiva-al-maschile/?fbclid=IwY2xjawPAfwpleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBYNDVBcE1Qc2JBMFpkYzFvc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHrZITG22Ls28ew1V0gSJRw87InZqzfz6K-UKowd-4RWdGnq65ns5Q1krgXlG_aem_Gu8R1-BdAzpempYyT6uIHg">CONDIRSI</a>. Cene a tema per il gusto di parlarsi a tavola”.  Il video dell’intervento <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3-MJ_rPjVtY&amp;list=PLzLS15US-5nYcOdxRCnGTIWehqxwh9kEv">qui</a>.</p>
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</div><p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/educazione-affettiva-al-maschile/">Educazione affettiva al maschile. Silvana Quadrino ne parla a Condirsi.</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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		<title>Il counseling sistemico. Il metodo di Silvana Quadrino che ha cambiato il modo di comunicare in sanità.</title>
		<link>https://istitutochange.it/il-counseling-sistemico-il-metodo-di-silvana-quadrino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 09:43:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/il-counseling-sistemico-il-metodo-di-silvana-quadrino/">Il counseling sistemico. Il metodo di Silvana Quadrino che ha cambiato il modo di comunicare in sanità.</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Il counseling sistemico. Il metodo di Silvana Quadrino che ha cambiato il modo di comunicare in sanità.</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="952" height="760" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/GraficaPostIntervistaQuadrino-e1766050953421.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/GraficaPostIntervistaQuadrino-e1766050953421.jpeg 952w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/GraficaPostIntervistaQuadrino-e1766050953421-300x239.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/GraficaPostIntervistaQuadrino-e1766050953421-768x613.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/12/GraficaPostIntervistaQuadrino-e1766050953421-600x479.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 952px) 100vw, 952px" />
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			<div>In una intervista dell’editore <a href="http://www.ebookecm.it">Ebookecm</a>  , che da anni pubblica testi accreditati ECM che diffondono il metodo sistemico narrativo di CHANGE, Silvana Quadrino racconta la storia della sua formazione, delle sue esperienze di psicoterapeuta e di formatrice, e la nascita di Change e del nostro metodo.</div>
<div>L’intervista completa <a href="https://www.ebookecm.it/news/279/dalla-neuropsichiatria-infantile-al-counselling-sistemico-il-metodo-di-silvana-quadrino-che-ha-cambiato-il-modo-di-comunicare-nella-sanita.html">qui.</a></div>

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</div><p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/il-counseling-sistemico-il-metodo-di-silvana-quadrino/">Il counseling sistemico. Il metodo di Silvana Quadrino che ha cambiato il modo di comunicare in sanità.</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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		<title>Famiglia o famiglie?</title>
		<link>https://istitutochange.it/famiglia-o-famiglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Sep 2025 09:45:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/famiglia-o-famiglie/">Famiglia o famiglie?</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Famiglia o famiglie?</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino - Milena Sorrenti</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="1280" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280.jpeg 1280w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-300x300.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-1024x1024.jpeg 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-150x150.jpeg 150w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-768x768.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-600x600.jpeg 600w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-100x100.jpeg 100w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" />
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			<p>Considerazioni a fine convegno</p>

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			<p class="last-child"><strong>Parliamo di “famiglia” o di “famiglie&#8221;?</strong><br />
<strong>La riflessione di Milena Sorrenti e Silvana Quadrino</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">E’ una domanda che ci siamo fatti spesso, anche nella scelta del titolo del convegno di quest’anno, e non per una banale questione di “correttezza politica”: le parole significano cose, lo ripetiamo sempre. Parlare di <em>famiglia</em> al singolare evoca ancora l’immagine della famiglia <em>tradizionale</em>, quella composta da un padre, una madre e dai loro figli; un’immagine che oggi viene esaltata da una certa politica come valore assoluto e indiscutibile (<em>naturale</em>, viene anche detto…), contrapposta a tutto ciò che <em>non è</em> tale.<br />
Vogliamo parlare di <em>famiglie</em>, al plurale, proprio per sottolineare il valore e il diritto al riconoscimento di tutte le famiglie: di quelle monogenitoriali, di quelle ricostruite, di quelle omogenitoriali, di quelle composte da coppie senza figli… e di tutte le altre composizioni famigliari possibili.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non è forzatura linguistica: è un segnale necessario. Forse, in un futuro che ci auguriamo, non sarà più necessaria questa distinzione: potremo parlare di famiglia ogni volta che è presente un legame d’amore e di condivisione fra due adulti, un impegno di genitorialità fra adulti e bambini, qualunque sia il legame biologico fra loro. Ovunque ci siano persone che esercitano il diritto di vivere le proprie relazioni senza distinzione di genere o di altro tipo.</p>
<p> </p>

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</div><p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/famiglia-o-famiglie/">Famiglia o famiglie?</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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		<title>4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities</title>
		<link>https://istitutochange.it/silvana-quadrino-medical-humanities/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2025 15:53:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/silvana-quadrino-medical-humanities/">4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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    <p class="prata white">Storie</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="1350" height="732" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21.png" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21.png 1350w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21-300x163.png 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21-1024x555.png 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21-768x416.png 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-16-alle-17.52.21-600x325.png 600w" sizes="auto, (max-width: 1350px) 100vw, 1350px" />
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			<p>Entrare in contatto con la storia di vita</p>

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			<p style="font-weight: 400;">Questo mese nella newsletter di <a href="https://scuolaholden.it/holden-pro/">Holden Pro</a> c’è un’intervista a <strong>Silvana Quadrino</strong>, docente per la scuola Holden del corso <a href="https://scuolaholden.it/medical-humanities/">Medical Humanities: le parole e la narrazione nella relazione medico-paziente</a>. <span style="font-weight: 400;">Grazie alla disponibilità della scuola Holden la condividiamo qui.</span></p>
<p>Grazie alla disponibilità della scuola Holden la condividiamo anche qui.</p>
<table width="100%">
<tbody>
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<td width="490"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Perché oggi è così importante insegnare a chi cura anche a “raccontare” e ad ascoltare storie?</strong></p>
<p>La riflessione sulla <strong>narrazione nella cura</strong>, quella che è stata definita <strong>“medicina narrativa”</strong>, è relativamente recente in Italia, ma la funzione sociale e relazionale del raccontarsi era già stata descritta da tempo nella cosiddetta “filosofia della narrazione”: Adriana Cavarero, una delle autrici più note in questo campo, scrive che “ogni essere umano, nella sua unicità, desidera ricevere da un altro il racconto della propria storia”. Nell’incontro fra chi cura e chi è curato si incontrano due storie che spesso non armonizzano fra loro:<strong> il medico racconta una storia clinica</strong>, in cui la malattia e il malato coincidono, e ciò che è da curare è la malattia, che si esprime con segni e sintomi visibili, osservabili, oggettivabili con test ed esami diagnostici; le parole del malato sembrano superflue, a fronte della sempre maggiore precisione delle tecniche diagnostiche. <strong>Ma il malato, e i suoi famigliari coinvolti nella malattia e nella cura, raccontano una storia di vita</strong>; una vita<strong> che in molti casi contiene anche la morte</strong>, prevista, temuta, annunciata; c<strong>he contiene paure</strong>, speranze, illusioni, tentativi di conservare comunque una qualità di vita, una “salute residua”, che richiede l’aiuto dei curanti. La risposta a quella richiesta di aiuto non può essere solo clinica: la salute non è assenza di malattia o perfetta guarigione, ma “il miglior equilibrio possibile fra gli aspetti fisici, emotivi, sociali, spirituali e relazionali di una persona nel momento della vita che sta attraversando” come scrive Giorgio Bert, che ha fondato con me<strong> <a href="https://www.istitutochange.it/">l’Istituto Change</a></strong> di Torino. L’aiuto che chi cura può dare al malato è <strong>facilitare quel “miglior equilibrio possibile”</strong>, in ogni fase della storia di malattia; per farlo, deve<strong> entrare in contatto con la storia di vita del malato</strong>con l’unico strumento possibile: <strong>la voce del paziente, la sua narrazione.</strong></p>
<p><strong>In che modo la narrazione può influire concretamente sulla relazione tra medico e paziente?</strong></p>
<p><strong>Il medico non può sapere</strong> cosa significa per quel determinato paziente essere in salute, essere malato, rischiare di ammalarsi, curarsi e lasciarsi curare; di cosa ha bisogno quel paziente per fidarsi e affidarsi, per decidere quali cure accettare e quali rifiutare. Non può sapere perché quel paziente si comporta in modo apparentemente irragionevole, o perché un famigliare fa delle richieste che sembrano assurde, come continuare a tentare di curare un vecchio che sta morendo e a cui quegli estremi tentativi di cura provocano solo sofferenza. <strong>Non può sapere quale è la cosa giusta da dire</strong> quando deve dare una cattiva notizia, o quando i famigliari gli chiedono di non dire la verità a un malato sulle sue condizioni. Sono <strong>infinite le situazioni in cui i professionisti sanitari sensibili</strong>, quelli “bravi”, a<strong>vvertono il disagio</strong> di “non sapere cosa dire” quando vorrebbero essere di aiuto, trovare le parole giuste. Ma<strong> le parole giuste da dire non ci sono</strong>: ci sono<strong> le parole del dialogo, le domande gentili che facilitano le narrazioni</strong>, l’apertura di spazi alle parole del malato, che diventano fili per il tessuto di una narrazione condivisa. A quei fili il medico aggiungerà i suoi fili, la sua parte di narrazione, ma sempre rispettando la trama che il paziente gli propone. <strong>Perché la malattia, la vita, la morte, le emozioni, il dolore appartengono al paziente. La cura invece appartiene a entrambi</strong>, e ai famigliari che condividono il percorso della malattia: la cura è una relazione, e come tale richiede parole condivise.<strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qual è la parola che nell&#8217;ambito della cura viene più spesso fraintesa o sottovalutata?</strong></p>
<p>La parola più fraintesa, snaturata e svilita è <strong>ascolto.</strong> È diventata <strong>una parola vuota,</strong>spesso usata come un compito da svolgere educatamente, o da rifiutare perché “tanto non ci sono portato”, o anche perché “chi ce l’ha il tempo?”. Ma ascolto di cosa? Per poter ascoltare qualcuno <strong>è necessaria la sua voce.</strong> E allora cosa dovrebbe ascoltare il medico? Quello che il paziente racconta spontaneamente? E se non racconta nulla, o racconta cose che non sono utilizzabili nella relazione di cura? La convinzione che ascoltare sia comportarsi come gli psicoanalisti da barzelletta, che annuiscono pensosi e silenziosi ai racconti fiume dei pazienti, ha reso molti medici scettici e reattivi nei confronti di tutte le proposte di formazione basate sull’ ascolto e sulla narrazione. Il corso che proponiamo, che <strong>unisce la metodologia della scuola Holden alla metodologia sistemico-narrativa dell’istituto Change</strong>, aiuta i medici – e i professionisti della cura in generale – a <strong>dare un significato concreto, attivo e costruttivo, alla parola “ascolto”.</strong> <strong>Ascoltare significa facilitare</strong>, e poi ascoltare, la narrazione del paziente, <strong>guidare il flusso narrativo e costruire insieme al paziente una storia di cura</strong>, in cui la sua storia, la sua identità, la sua esperienza di vita e di malattia incontrano le parole del medico e danno luogo a una narrazione condivisa: la storia di quel momento di malattia e di cura, unico e irripetibile come è <strong>ogni momento della nostra storia umana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_row-o-equal-height vc_row-o-content-middle vc_row-flex"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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</div><p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/silvana-quadrino-medical-humanities/">4 chiacchiere con Silvana Quadrino sulle Medical Humanities</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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		<title>FORME MUTEVOLI</title>
		<link>https://istitutochange.it/forme-mutevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 13:11:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/forme-mutevoli/">FORME MUTEVOLI</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><section data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="wpb-content-wrapper"><section id="testata-single-post" data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_row-o-equal-height vc_row-o-content-middle vc_row-flex"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-4"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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    <p class="prata white">Storie</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >FORME MUTEVOLI</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Mauro Doglio</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="1552" height="888" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55.png" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55.png 1552w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55-300x172.png 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55-1024x586.png 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55-768x439.png 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55-1536x879.png 1536w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/06/Screenshot-2025-06-15-alle-14.57.55-600x343.png 600w" sizes="auto, (max-width: 1552px) 100vw, 1552px" />
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			<p><em style="font-weight: 400;">Le </em><i>riflessioni di Mauro Doglio stimolate dagli interventi del convegno Change “La famiglia: un sistema che cambia in una società che cambia”. Riflessioni che racchiudono il pensiero ed il lavoro di Change.</i></p>

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			<p style="font-weight: 400;">aprire uno spazio tra l’esitazione e la certezza</p>

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			<p style="font-weight: 400;">Per concentrare in due parole le tante cose dette durante il convegno Change sulla Famiglia ho scelto queste:  <strong><em>Forme mutevoli</em></strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Mi hanno colpito perché esemplificano la fluidità dei concetti che abbiamo trattato oggi e la variabilità dei loro confini. Per esempio, come delimitiamo lo spazio della famiglia? Quali sono i suoi confini? E poi, quante forme può prendere il denaro? Come si può trasformare a seconda dei diversi tipi di famiglia?</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa riflessione sui confini si collega ad un altro dei punti che ci premeva porre in evidenza: l’importanza di mettere in questione i concetti dati per scontati, non prendere le cose così come sono ma farci delle domande su ciò che appare ovvio.</p>
<p style="font-weight: 400;">E, mentre rifletto, mi rendo conto che molto del lavoro che abbiamo fatto consiste nell’esercitarsi a rallentare, nel non agire velocemente, d’impulso. Abbiamo lavorato per aprire uno spazio tra l’esitazione e la certezza e mi appare sempre più chiaro che, oggi più che mai, la differenza tra la capacità di esitare e la determinazione certa ad un’ azione non discutibile sia una soglia etica.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’esitazione, e quindi la capacità di rallentare l’azione, di porsi una domanda in più prima della decisione, di non agire d’impulso è una questione etica perché produce effetti enormi sulla vita degli altri e, infatti, vediamo in ogni telegiornale quanto la mancanza di qualsiasi barlume di esitazione sulle proprie azioni produca ovunque catastrofi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dire che la questione etica oggi è legata alla capacità di esitare significa anche collegarla all’autodefinizione della nostra identità: so chi sono?  Certo che so chi sono… o forse no, forse invece esitare significa interrogarsi su quanto la mia identità è legata alle identità degli altri e alle definizioni che gli altri danno di me.</p>
<p style="font-weight: 400;">E rispetto all’identità possiamo individuare un’altra soglia etica: quanto più un’identità è fissa, rigida, certa di se stessa, tanto più inclina ad unirsi ad altri due concetti che, quando formano un fascio con la parola ‘identità’, di solito producono conseguenze omicide. Queste due parole sono: purezza e sicurezza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Identità, purezza, sicurezza: mettetele insieme e potete immaginare quali terrificanti effetti producano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nelle riflessioni che abbiamo sviluppato oggi invece abbiamo intravisto direzioni di pensiero diverse anche rispetto all’identità come forma mutevole: quante identità ci sono? Quanti tipi di famiglia ci sono? Quanti modi di pensare il denaro ci sono?</p>
<p style="font-weight: 400;">Tanti. Quanti ne conosciamo? Pochi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma il punto non è questo, il punto è:  ci incuriosiscono? Se ci incuriosiscono siamo sulla buona strada, se ci spaventano, la strada sarà un po’ più difficile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Noi a Change cerchiamo di non farci spaventare e, quindi, siamo andati avanti a pensare le forme mutevoli e cito qui l’esempio che è stato fatto poco fa del <em>bambino immaginato come argilla che viene manipolato dalle mani che lo massaggiano</em>; questo mi ha fatto venire in mente una cosa che ripetiamo sempre nella nostra formazione: gli esseri umani non sono, ma diventano. E questo implica la capacità di cogliere la plasmabilità dell’umano, che, in quanto tale,  non è mai definito una volta per tutte ma è sempre una forma in movimento, una forma mutevole. E qui c’è l’altro aspetto che ci interessa, soprattutto per chi lavora nelle professioni di cura: è vero che gli esseri umani non sono ma diventano, ma in funzione di cosa diventano? In funzione delle relazioni, in funzione di quali altri esseri umani incontrano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ed ecco che quello spazio di azione, anche piccolo, anche molto piccolo, che consiste nell’incontro di esseri umani in un ambulatorio medico, in una scuola, in un pronto soccorso, in un servizio sociale, quel punto diventa uno spazio eticamente rilevante, perché lì si può rimanere immobili, imprigionati dalla nostra identità, dalle nostre certezze, dalla nostra purezza, dalle nostre paure oppure può diventare lo spazio in cui possiamo realizzare le cose di cui abbiamo parlato oggi. Prima di tutto <em>esplorare il mondo dell’altro</em> e poi porci le due domande di cui abbiamo parlato prima: “In questo incontro che <em>cosa ho bisogno di vedere e che cosa ho bisogno di capire</em>?”</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma per riuscire a vedere e a capire devo aver fatto il percorso di cui abbiamo parlato, essermi interrogato sulla mia identità, altrimenti non vedo altro che quello che sono, altrimenti non capisco altro che quello che già so. Quando è così, qualsiasi dialogo è impossibile, e le conseguenze dell’impossibilità del dialogo le vediamo ogni giorno, in forme sempre più terrificanti, in molti luoghi del mondo.</p>

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	</div>
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		<title>CHANGE e Scuola Holden: un incrocio magico tra medicina narrativa e medical humanities</title>
		<link>https://istitutochange.it/change-e-scuola-holden/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 May 2025 17:51:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/change-e-scuola-holden/">CHANGE e Scuola Holden: un incrocio magico tra medicina narrativa e medical humanities</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><section data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="wpb-content-wrapper"><section id="testata-single-post" data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_row-o-equal-height vc_row-o-content-middle vc_row-flex"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-4"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >CHANGE e Scuola Holden: un incrocio magico tra medicina narrativa e medical humanities</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Silvana Quadrino</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="547" height="410" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo.png" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo.png 547w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-300x225.png 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-400x300.png 400w" sizes="auto, (max-width: 547px) 100vw, 547px" />
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			<p>Impossibile non incontrarsi</p>

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			<p>Se due strade partite dalla convinzione che la narrazione sia la parte più vitale e affascinante dell’essere umano si incontrano, può succedere di tutto. Se poi sono due strade che partono da Torino, che a Torino si sono sviluppate e cresciute, con un pizzico di campanilismo possiamo dire che l’incrocio promette magie.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Change</strong>: Giorgio Bert, il suo impegno profondo per una medicina che sia cura di persone e non soltanto di corpi, in cui la voce del paziente ottenga attenzione e rispetto; un gruppo di amici insieme a lui e la nascita di un metodo e di una scuola che ha ormai quasi 40 anni.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Scuola Holden</strong>: Alessandro Baricco e la sua idea visionaria che la narrazione meritasse una scuola, un luogo per far crescere narratori, in un momento storico in cui la narrazione sembrava qualcosa di superato. Anche intorno a lui un piccolo gruppo di persone altrettanto visionarie e un po’ incoscienti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nessuno di noi si è chiesto se si poteva fare davvero: una scuola di comunicazione; una scuola di narrazione. Lo abbiamo semplicemente fatto. Fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Anni di progetti e di speranze.<br />
<em>Impossibile non incontrarsi:</em> era già successo, per vicinanze di pensiero, di passioni, di cultura. Ma la scintilla progettuale è partita lo scorso anno, dal tema che più si prestava a un progetto comune: le medical humanities e la medicina narrativa. Una esperienza condivisa con Martino Gozzi nella docenza in un Master all’Università Bicocca, e l’idea che un incrocio fra il metodo CHANGE e il metodo Holden potesse produrre una esperienza di formazione sulla Medicina Narrativa del tutto speciale. E poi l’incontro con Filippo Losito, filosofo, scrittore, regista, psicologo, con il quale il progetto ha preso forma: 8 fine settimana di formazione a tutto campo, riflessioni e scrittura, narrazioni e approfondimenti teorici, conoscenza di sé e allenamento all’uso della narrazione nell’incontro con l’altro, intorno a 8 grandi temi della comunicazione nei percorsi di cura:  La salute, Il rischio, La malattia, La fiducia e la speranza, Il dolore, Le decisioni, La morte, La relazione di cura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Alla prima edizione del corso hanno partecipato 14 professionisti, non soltanto medici. Queste le <a href="https://www.linkedin.com/posts/scuola-holden_dal-27-settembre-2025-al-22-marzo-2026-%F0%9D%99%88-activity-7323024680620122112-EUHA?utm_source=share&amp;utm_medium=member_desktop&amp;rcm=ACoAAEDgrm0Bqz4kDkPqthLB2auSquwAsV_DtPQ">loro parole</a>, al termine del percorso. Termine che non è davvero una fine, perché il gruppo si ritroverà per 4 incontri di approfondimento. A grande richiesta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Riproponiamo il corso per il 2026</strong> in una modalità pensata per facilitare chi vive e lavora lontano da Torino: sarà realizzato in <strong>modalità a distanza sincrona</strong>, ma progettato in modo da non togliere nulla all’interattività e al coinvolgimento, anche emotivo, dei e delle partecipanti. Iscrizioni e informazioni <a href="https://scuolaholden.it/medical-humanities/" target="_blank" rel="noopener">qui.</a></p>
<p style="font-weight: 400;">E’ una esperienza  formativa che può integrare i percorsi di chi già si è avvicinato al metodo CHANGE o che può essere, invece, un primo avvicinamento ai temi della medicina narrativa, propedeutico ad approfondimenti sulle tematiche più specifiche della conduzione dei colloqui con i pazienti.</p>

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</div><p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/change-e-scuola-holden/">CHANGE e Scuola Holden: un incrocio magico tra medicina narrativa e medical humanities</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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		<title>Questioni di famiglia</title>
		<link>https://istitutochange.it/questioni-di-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Change]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 19:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://istitutochange.it/questioni-di-famiglia/">Questioni di famiglia</a> proviene da <a href="https://istitutochange.it">Istituto Change</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><section data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="wpb-content-wrapper"><section id="testata-single-post" data-vc-full-width="true" data-vc-full-width-init="false" class="vc_section near-white-bg"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_row-o-equal-height vc_row-o-content-middle vc_row-flex"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-4"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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    <p class="prata white">Storie</p>
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<h2 style="text-align: left" class="vc_custom_heading vc_do_custom_heading blue bigger mb-5" >Questioni di famiglia</h2><div class="vc_acf text-uppercase near-black smaller vc_txt_align_left field_6734d33fddd1b">Mauro Doglio</div><div class="vc_empty_space"   style="height: 32px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="1280" src="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280.jpeg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" srcset="https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280.jpeg 1280w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-300x300.jpeg 300w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-1024x1024.jpeg 1024w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-150x150.jpeg 150w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-768x768.jpeg 768w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-600x600.jpeg 600w, https://istitutochange.it/wp-content/uploads/2025/05/house-5835871_1280-100x100.jpeg 100w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" />
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			<p>La famiglia naturale esiste?</p>

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			<p style="font-weight: 400;">Il convegno organizzato da Change quest’anno &#8220;La famiglia: un sistema che cambia in una società che cambia&#8221; si colloca in un contesto in cui questo tema appare molto divisivo. Da una parte ci sono i sostenitori della famiglia cosiddetta “naturale” secondo cui la famiglia sarebbe un fatto naturale, istintivo, che precede ogni forma storica e culturale, dall’altra coloro che invece vedono la famiglia come un prodotto culturale, una struttura sociale capace di prendere molteplici forme e di rispondere comunque allo scopo di permettere la riproduzione e la vita degli esseri umani sulla terra. Un punto di riferimento essenziale per questa seconda posizione è Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, che ha pubblicato recentemente un libro intervista dal titolo eloquente:  <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858154243">La famiglia naturale non esiste</a>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci sembra che, per portare concretezza ad un dibattito che rischia di diventare prevalentemente ideologico, sia utile confrontarsi con esempi che possano ampliare la nostra visione tendenzialmente centrata sull’Europa e spesso ripiegata solo sulla storia della nostra civiltà. Vi proponiamo quindi la visione del documentario <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hFkLAivbWaE">NU GUO Nel nome della madre</a>, che presenta la vita in una delle rare società di tipo matriarcale di cui abbiamo notizia nel mondo contemporaneo. Si tratta di una forma sociale in cui le donne non escono di casa per andare a vivere col padre dei loro figli, ma dove rimangono nella casa di origine mantenendo tra l’altro un’autonomia e una protezione che spesso modelli famigliari più “naturali” non sono in grado di offrire. Speriamo quindi, in questo modo, di contribuire ad una riflessione più ampia ed aperta sulla famiglia, cogliendo anche la dimensione creativa delle forme di vita umane perché, per concludere con le parole di Chiara Saraceno: “se c’è un campo in cui l’umanità si è sbizzarrita a inventare norme, valori e forme di relazioni, è proprio quello della famiglia”.</p>

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