Carlo, Giorgio ed io.

Storie

Carlo, Giorgio ed io.

Silvana Quadrino

Ci sono storie che non si sa da dove comincino.
Succede con le storie d’amore, e anche con storie di amicizia: sai che sono cominciate, ma quando provi a raccontarlo ti viene in mente che quell’inizio c’è stato perché prima era successo qualcos’altro, e allora come è cominciata davvero? Eri lì, in quel luogo, perché volevi (dovevi?) essere lì, perché essere lì aveva un senso, e anche per la persona che avresti incontrato aveva un senso essere lì, e forse l’amore, l’amicizia, sono nati proprio dall’accorgersi di condividere quel senso: parole che si somigliano, sorrisi che nascono in contemporanea, e ci si guarda sorridere e ci si sorride di quel sorriso.

Quando penso a Carlo Petrini, Carlin come lo abbiamo sempre chiamato, il ricordo è una stanza in via della Mendicità Istruita a Bra, un gruppo di persone che più eterogenee di così sarebbe difficile inventarle, e pensieri che si incontravano, si incrociavano con la facilità con cui ci si parla fra compagni, fra amici.
Se confronto la stanza che ricordo con la maestosità degli spazi di Pollenzo dove è stato salutato il giorno del suo funerale laico non sento, curiosamente, nessuna incongruenza: perché ci sono persone che riempiono dello stesso “senso” lo spazio di una stanza come quella di Bra, su un ballatoio un po’ scricchiolante, e quello di una sede universitaria nata da un’utopia.

Era il 1986. Non ci conoscevamo, ma c’erano fili che davano senso all’essere lì, insieme. Slow Food non c’era ancora. C’era l’ARCI, una realtà, cito “ nata a metà degli anni Cinquanta, con l’ obiettivo di accogliere le istanze popolari in ambito ricreativo, sportivo, culturale”.
E c’era un certo Carlin di Bra, con il cuore a sinistra e una passione per la giustizia e l’ascolto dei più deboli che ignorava barriere ideologiche: PDUP e San Vincenzo, per intenderci. In ARCI portava una proposta un po’ difficile da “digerire”, per restare nelle metafore gastronomiche, per una certa sinistra sovietica e austera: proporre e diffondere una cultura del cibo basata sulle tradizioni, legata al territorio, attenta alla coltivazione, alla trasformazione, alla qualità e alla portata di tutti. Ardita la scelta del termine “gola” evocativa di un “piacere” un po’ sospetto sia per il mondo della sinistra che per il mondo cattolico.
In quegli stessi anni io e Giorgio Bert lavoravamo all’Assessorato Sanità della Regione Piemonte. Giunta di sinistra, assessore Sante Bajardi, partigiano (nome di battaglia Eros) e figura di spicco del PCI, animato da una visione sociale e partecipativa delle politiche sanitarie. Sante credeva fermamente all’importanza di quella che veniva definita educazione sanitaria, anzi educazione alla salute come si era deciso di ribattezzarla, per togliere l’accento sul “sanitario” e spostarlo sul benessere, sulla salute, intesa come patrimonio della persona e non del sistema sanitario.
Salute come paura dei rischi, come sacrificio e rinuncia, o salute come benessere e piacere, che prevede anche la cura di sé, ma senza minacce, prediche e moniti terrorizzanti? Io e Giorgio ci eravamo incontrati in una commissione regionale che progettava interventi di educazione alla salute tradizionali: manifesti minacciosi, opuscoli inquietanti centrati sui danni e sui rischi. Ci eravamo divertiti a cogliere i parallelismi fra quell’immagine di salute e la cultura cattolica, con quell’idea del sacrifico dell’oggi in cambio (forse) di un premio futuro. Ne era nato un libretto piuttosto dissacrante rispetto all’idea di rigore e austerità come prerequisiti irrinunciabili per un futuro di salute, a partire dal titolo “Guadagnarsi la salute” , a cui era seguito  un convegnino dal titolo altrettanto dissacrante: “La virtù della gola”.
Uno dei partecipanti al convegno, Folco Portinari ci suggerì di chiamare Carlin per condividere quelle riflessioni sui rapporti fra salute, comportamenti e piacere.  Ci fu una telefonata, in cui Carlo ci disse che certo, il libro (uscito da pochi mesi) lo conosceva ed era già nella biblioteca della sede di Arcigola, a Bra. Ci incontrammo, e cominciarono gli incontri serali in via della Mendicità Istruita, a volte preceduti da cene al Boccon di vino con i mitici tajarin 40 tuorli di Maria. Era il mondo di Carlo, che riusciva a riunire in un clima da osteria intellettuali e contadini, insegnanti, vignaioli, giornalisti e attivisti politici e a far lievitare idee e progetti in un clima irripetibile di allegria e di profondità, di concretezza e di utopia rivoluzionaria.
Era il 1986. Da quegli incontri nacquero i primi progetti strutturati: la Guida turistica enogastronomica delle Langhe e del Roero, pubblicata nel 1989, e la prima Guida delle Osterie d’Italia che esce nel 1991: ci lavorammo per due anni per arrivare allo stile che cercavamo, come lo descrive Folco Portinari nella prefazione al n. 1 della guida: volevamo «un abbecedario con un indice che consentisse di esercitare il diritto al piacere. Andavo matto per la finanziera piemontese e sfogliando la guida volevo sapere dove avrei potuto mangiarla” Requisiti: prodotti del territorio, cucina tradizionale, prezzo accessibile.
Girare per cantine e trattorie diventò in quegli anni un elemento importante nella relazione fra me e Giorgio: scoprivamo insieme personalità affascinanti, vignaioli in conflitto generazionale con i padri, le prime “donne del vino”, figlie femmine che subentravano a generazioni di maschi portando una idea di imprenditoria femminile finora estranea al mondo del vino. Cuoche e cuochi con o senza stelle ma sicuramente senza il culto della personalità, intransigenti sulla qualità dei prodotti che avrebbero portato in tavola al punto, molti, di non delegare a nessuno il rito della spesa.

E c’erano gli incontri con il gruppo iniziale, che si allargava e si arricchiva per la capacità di Carlin di aggregare persone, scoprire convergenze, continuare a inventare.
Da Arcigola a Slow Food. Dall’incontro fondativo a Parigi all’avventura di Terra Madre, alla nascita dell’Università di Pollenzo. Carlin diventava un personaggio internazionale. Ma se gli telefonavi, c’era. C’era per una presenza a uno dei nostri convegni, magari arrivando affaticato, appena sceso dall’aereo. C’era per un saluto veloce, per uno scambio di idee e progetti, per due chiacchiere a un tavolo dell’albergo dell’Abbazia.
Lì nacque l’intervista per il numero della nostra rivista La parola e la cura dal titolo “O il piacere o la vita”.
Carlo c’è stato così, nella vita mia e di Giorgio: una presenza sicura. E’ questo, un amico, anche se si passano mesi senza vedersi. C’è stato quando Giorgio è morto, con una telefonata semplice e commossa. C’è stato con un video di saluto e di ricordo al convegno “Non chiamatemi maestro”.
Negli ultimi anni stava male, ma l’ultima volta che l’ho incontrato, per caso, per strada, a Bra, parlava di progetti. Lo ricordo così, con i suoi progetti raccontati in un italiano che finiva sempre nel piemontese, e con gli occhi che guardano verso l’utopia.E’ stato bello condividerla.