Storie
Le Humanities e i mestieri della cura
Il senso di una proposta formativa per i professionisti dell’intervento di aiuto
Ci sono situazioni professionali per le quali la formazione tecnica non è sufficiente. Accade quando il dolore o la difficoltà di una persona ci coinvolge più di quanto vorremmo; quando dobbiamo prendere una decisione senza essere certi che sia quella giusta; quando non possiamo risolvere il problema di chi ci chiede aiuto; quando dobbiamo sostenere la speranza senza incoraggiare l’illusione, e quando ci troviamo di fronte, insieme alla persona che ci chiede aiuto, ai limiti di ciò che è possibile fare.
Sono esperienze quotidiane nei mestieri della cura. Esperienze che rendono difficile la relazione e minano il benessere dei professionisti, e trovano ancora poco spazio di risposta nella formazione dei professionisti sanitari e sociali.
Nel 1979 Giorgio Bert, uno dei fondatori di Change, descriveva già questa mancanza, rivolgendosi agli studenti di medicina[1]: “accanto ai problemi scientifici, scriveva, esistono questioni decisive – il significato di salute e di normalità, la prevenzione, la cronicità, la vecchiaia, la morte – che impegnano profondamente il medico, sulle quali la formazione raramente invita a fermarsi e a discutere”.
Il percorso Humanities e relazione di aiuto che proponiamo per il 2027 a tutti i professionisti della cura e dell’aiuto nasce con l’obiettivo di dare una risposta a chi avverte quella mancanza: sei giornate rivolte a chi desidera uno spazio di riflessione e di approfondimento per comprendere meglio non soltanto ciò che fa, ma ciò che accade nella sua relazione con le persone di cui si prende cura, per migliorare l’efficacia del proprio intervento e per proteggere il proprio benessere.
Il termine Humanities compare sempre più spesso nelle proposte formative di questi ultimi anni, con il rischio di rendere talvolta poco chiaro che cosa può aggiungere l’apporto delle Humanities alla competenza e al benessere del professionista.
L’Istituto Superiore di Sanità definisce le Humanities come area d’incontro tra le arti e la cultura umanistica in generale e le scienze della salute e sociali, allo scopo di promuovere la salute. Salute intesa come il migliore equilibrio possibile e sostenibile per la persona che si rivolge a un professionista, sanitario o sociale.
La specificità del nostro percorso formativo nasce dal modo in cui utilizzeremo quell’ “area di incontro”, intrecciando le arti e la cultura umanistica con l’esperienza concreta dei partecipanti e con l’apporto delle scienze della comunicazione.
Quello che proponiamo non è un corso sulle Humanities, ma un per-corso attraverso le Humanities, attingendo ciascuno alla propria storia e alla propria esperienza, per riuscire a
– riconoscere ciò che ciascuno porta nella relazione di aiuto;
– comprendere le proprie reazioni al dolore, all’incertezza e all’impotenza;
– affrontare decisioni e comunicazioni difficili;
– comunicare con maggiore consapevolezza;
– proteggersi dal logoramento senza diventare distanti;
– ritrovare il senso del proprio lavoro.
E’ un percorso che non richiede competenze artistiche o letterarie, né ha l’obiettivo di acquisirle. L’apporto delle Humanities servirà come stimolo per osservare meglio se stessi, le relazioni e le situazioni professionali, e per migliorarne la qualità e l’efficacia.
Abbiamo scelto sei parole, che fanno da titolo alle 6 giornate di questo percorso.
Proviamo a leggerle insieme: Incontro, Aiuto e Cura, Dolore, Decisioni, Speranza, Limiti
Se le trasformiamo in una storia, la vediamo iniziare da un incontro fra due persone diverse: il professionista e l’altro (altra). È l’incipit di qualsiasi storia relazionale. Ma in quell’ incontro c’è una richiesta precisa: qualcuno chiede aiuto e cura a qualcun altro. La relazione si costruisce nell’intreccio che si svilupperà fra richieste e risposte, fra il professionista e l’altro. Perché nella richiesta dell’altro non c’è solo un bisogno: c’è dolore, fisico e emotivo. Ognuno di noi reagisce in modo diverso al dolore dell’altro, cerca soluzioni che richiedo decisioni, e richiedono di saper accompagnare l’altro in un percorso decisionale consapevole, cercando il miglior equilibrio possibile fra la speranza – di salute, di soluzione positiva e definitiva – e i limiti: quelli del professionista, quelli della realtà in cui opera, e quelli della vita.
Percorreremo questa storia a tappe, partendo ad ogni incontro da una di queste parole: leggeremo, ma non per fare commenti letterari o esibire la propria cultura; scriveremo, ma non per dimostrare le proprie capacità narrative; guarderemo film, ma non per fare i critici cinematografici. Osserveremo quadri, ascolteremo musica, classica o pop, senza distinzioni. Sempre aprendoci alla diversità dei pensieri e delle emozioni che quegli stimoli suscitano in ciascuno, imparando ad ascoltare quella diversità e a non attivare contrapposizioni o gerarchie rispetto a quei diversi significati.
Una ginnastica emotiva che ci servirà da “riscaldamento” per entrare, con una sensibilità attivata da quel riscaldamento, nell’analisi di situazioni ed esperienze professionali che i partecipanti offriranno al gruppo, affinché ciascuno possa imparare a
Comprendere meglio il proprio modo di essere professionista della relazione di aiuto
Coltivare se stesso per coltivare la relazione
Coltivare la relazione perché diventi strumento di cura.
[1] Giorgio Bert, Giochiamo al dottore: dizionario critico di metodologia medica, 1979
Ecco il programma, le date e l’organizzazione del corso “Humanities e relazione d’aiuto”